A cura di Guglielmo Lomanno

Pubblicato il: 6 giugno 2017

Il D.Lgs. 82 del 2005 ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico una serie di principi generali volti a favorire, incentivare ed incrementare l’utilizzo delle tecnologie della comunicazione nei rapporti tra amministrazioni, imprese, cittadini ed a garantire a questi ultimi l’accesso e l’attivazione dei procedimenti amministrativi mediante l’uso degli strumenti informatici e telematici.

Il principio di base introdotto è quello contenuto nell’art. 2, co. 1 del Codice dell’Amministrazione digitale ed in base al quale:

Lo Stato, le Regioni e le autonomie locali assicurano la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale e si organizzano ed agiscono a tale fine utilizzando con le modalità più appropriate e nel modo piu’ adeguato al soddisfacimento degli interessi degli utenti le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.”

il successivo co. 2 precisa che: “Le disposizioni del presente Codice si applicano alle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nel rispetto del riparto di competenza di cui all’articolo 117 della Costituzione…” infine il co. 6 conclude affermando che: “Le disposizioni del presente Codice si applicano altresì al processo civile, penale, amministrativo, contabile e tributario, in quanto compatibili e salvo che non sia diversamente disposto dalle disposizioni in materia di processo telematico.”

Il Codice dell’Amministrazione Digitale, che disciplina tra l’altro il documento elettronico, è stato pubblicato nel medesimo anno del D.P.R. 68 del 2005 istitutivo della Posta Elettronica Certificata, il sistema di trasmissione dei documenti informatici il quale rende di fatto possibile la realizzazione dei principi generali dettati dal C.A.D.

Passando al piano che ci interessa con la Legge 21.01.1994, n. 53 gli avvocati sono stati muniti della facoltà di notificare direttamente (senza l’ausilio degli ufficiali giudiziari) atti in materia civile, penale ed amministrativa e, a seguito di alcune modifiche subite dalla suddetta norma con l’introduzione dell’art. 3 bis, anche ad utilizzare quale strumento di notificazione la Posta Elettronica Certificata disciplinata dal sopraindicato D.P.R. 68/2005.

Successivamente, con l’introduzione della normativa sul cd. Processo Civile Telematico ad opera di svariate norme la principale delle quali è il D.L. 1749/2012, presso alcuni uffici giudiziari è stato reso operativo il sistema di trasmissione dei documenti informatici direttamente presso gli uffici; la normativa del Processo Civile Telematico non impatta necessariamente sui principi dettati dal CAD ed infatti le disposizioni di questo …si applicano anche ai processi civile, penale, amministrativo, contabile e tributario in quanto compatibili e salvo che non sia diversamente disposto dalle disposizioni in materia di processo telematico

La normativa sulla notificazione degli atti da parte degli avvocati non è contenuta né nel codice di procedura civile, né nelle norme sui processi telematici né, tantomeno, in norme in qualsiasi modo disciplinanti l’esercizio della giurisdizione ma in una legge dettata proprio per disciplinare l’attività di notificazione senza limitazioni riguardo al tipo di atti od al tipo di procedimenti da introdurre con l’attività stessa, senza altresì limitazioni relative alle tipologie di uffici giudiziari aditi o presso i quali introdurre il procedimento.

La legge 21 gennaio 1994, n. 53 disciplina la “Facoltà di notificazioni di atti civili, amministrativi e stragiudiziali per gli avvocati e procuratori legali” e lo fa attraverso la previsione di tipi differenti di notificazione, quella che in queste brevi note ci interessa è la tipologia disciplinata dall’art. 3 bis che prevede per le notificazioni lo strumento della Posta Elettronica Certificata; il citato articolo è una norma autoreferenziale, contiene tutti gli elementi necessari e sufficienti al perfezionamento della notificazione ed anzi gli articoli successivi si occupano espressamente delle ipotesi diverse di deposito delle prove dell’avvenuta notificazione a mezzo p.e.c. nei casi in cui l’ufficio giudiziario presso il quale il procedimento viene introdotto è in grado di ricevere il deposito di atti redatti nella forma di originali informatici sottoscritti digitalmente, ove in pratica è attivo il processo telematico e quelli in cui non lo è. La legge prevede entrambe le ipotesi e dunque potendosi depositare le prove dell’avvenuta notificazione a mezzo p.e.c. sia come documenti informatici che come documenti analogici è ovvio che la notificazione a mezzo p.e.c., – nel rispetto delle regole dettate dalla legge che la disciplina – è sempre ammessa.

Occorre precisare che quella di notificazione dell’atto introduttivo del giudizio non è un’attività endoprocessuale ma costituisce un iter procedimentale precedente all’instaurazione del giudizio e quindi la sua disciplina nulla ha a che vedere con i processi telematici in quanto li precede e ne prescinde.

Sappiamo ad es., che negli uffici presso i quali il processo telematico è attivo l’iscrizione a ruolo del procedimento ed il deposito dell’atto introduttivo del giudizio e delle prove dell’avvenuta attività di notificazione, possono avvenire indifferentemente (salvo eccezioni espressamente previste dalla normativa di riferimento) tramite fascicolo cartaceo depositato nei modi tradizionali o mediante la creazione ed il deposito di un fascicolo informatico inviato telematicamente: ciò a prescindere dalle modalità attraverso le quali si è esplicata la prodromica attività di notificazione dell’atto introduttivo del giudizio.

La legge 53 del 1994 non contiene alcuna espressa limitazione alla legittimità della notificazione a mezzo p.e.c né limitazione alcuna è in alcun modo contenuta in altre norme; sebbene molti ritengano che questa modalità di notificazione sia possibile solo per gli atti introduttivi dei giudizi pendenti innanzi ad uffici giudiziari presso i quali è attivo il processo telematico, questa posizione non nasce dall’intepretazione di alcuna norma vigente nel nostro ordinamento il quale, come sappiamo, ove esclude l’applicabilità di una norma generale ad una fattispecie concreta ed identificata, lo fa in maniera espressa.

La impossibilità di depositare telematicamente le prove dell’avvenuta notificazione a mezzo p.e.c. presso alcuni uffici giudiziari (ad es. quelli del Giudice di Pace) ha fatto ritenere ad alcuni interpreti che quella forma di notificazione non fosse utilizzabile per introdurre giudizi innanzi a questi uffici; l’erroneità di questa lettura è data dal contenuto medesimo della L. 53 del 1994 la quale all’art. 9, co 1 bis espressamente recita: “Qualora non si possa procedere al deposito con modalità telematiche dell’atto notificato a norma dell’articolo 3-bis, l’avvocato estrae copia su supporto analogico del messaggio di posta elettronica certificata, dei suoi allegati e della ricevuta di accettazione e di avvenuta consegna e ne attesta la conformità ai documenti informatici da cui sono tratte ai sensi dell’articolo 23, comma 1, del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82. “

Com’è di immediata evidenza, il fatto stesso che il legislatore abbia previsto e disciplinato l’ipotesi in cui non sia possibile depositare telematicamente l’atto notificato e le prove della notificazione, implica che nelle intenzioni dello stesso tale forma di notificazione dovesse intendersi valida e legittima per qualsiasi tipo di atto notificabile e per qualsiasi ufficio giudiziario destinatario dell’eventuale successivo deposito dell’atto introduttivo.

Pubblicato il: 29 maggio 2017

Modalità di notificazione dell’atto introduttivo e problematiche sull’iscrizione a ruolo

Com’è ampiamente noto nel Processo Civile Telematico non esiste l’obbligo ma solo la facoltà di iscrivere a ruolo telematicamente i procedimenti introdotti, con l’esplicita esclusione dei ricorsi per decreto ingiuntivo e delle procedure esecutive che devono obbligatoriamente essere iscritte a ruolo telematicamente; è invece obbligatorio per i difensori delle parti depositare telematicamente qualsiasi atto del processo successivo all’iscrizione a ruolo per colui il quale ha introdotto il giudizio oppure all’atto di costituzione per il convenuto, l’intervenuto e via dicendo.
E’ da tempo invalsa la prassi di iscrivere a ruolo telematicamente qualsiasi tipo di procedimento ed in qualunque modo sia stato notificato l’atto introduttivo del giudizio: tramite ufficiale giudiziario, a mezzo del servizio postale o direttamente ai sensi della L. 53 del 1994, od a mezzo posta elettronica certificata ai sensi dell’art 3 bis della medesima norma: Nessuno (o pochissimi) sembra essersi posto problemi in ordine alle modalità di iscrizione e ruolo od aver sollevato questioni sulle prassi utilizzate per questo adempimento in modalità telematica o tradizionale ed a prescindere dalla tipologia di notificazione dell’atto introduttivo notificato.
Qualora l’atto introduttivo sia stato notificato telematicamente come originale informatico sottoscritto digitalmente, colui il quale iscrive a ruolo scegliendo la modalità cartacea deposita nel fascicolo cartaceo la stampa dell’atto, delle ricevute di accettazione (RdA) e di avvenuta consegna (RdAC) attestandone la conformità agli originali informatici in suo possesso; al contrario qualora l’atto introduttivo sia stato redatto in forma cartacea sottoscritto con firma autografa e notificato in modalità tradizionale chi iscrive a ruolo telematicamente predispone una copia informatica per immagine dell’atto introduttivo, delle relate e delle eventuali cartoline postali, attestando la conformità della copia informatica di essi agli originali cartacei (analogici) in suo possesso.
Siamo sicuri che si possa procedere in questo modo?
Le copie degli atti così depositati possono avere una valenza probatoria in ordine alle attività su di essi compiute?
Esistono norme che legittimano tale modo di procedere?

Il codice di procedura civile all’art. 183 così recita: All’ udienza fissata per la prima comparizione delle parti e la trattazione il giudice istruttore verifica d’ufficio la regolarità del contraddittorio…” è una formulazione semplice e lineare ma cosa significa “verificare d’ufficio la regolarità del contraddittorio”? In pratica dovrebbe significare che nel fascicolo di ufficio il giudice deve trovare quegli atti e quei documenti che univocamente ed inequivocabilmente siano in grado di provare la regolarità formale e sostanziale degli atti e delle attività compiute nella fase introduttiva del giudizio, in buona sostanza anche in assenza delle parti, il giudice deve essere in grado di valutare se gli atti sono formalmente corretti e le attività di notificazione siano state validamente compiute. Ma può davvero farlo?
Quando il fascicolo processuale era tenuto in forma cartacea e vigeva l’obbligo di depositare l’originale dell’atto introduttivo del giudizio unitamente a tutti i documenti derivanti dal procedimento di notificazione, indubbiamente SI, ma oggi?
La risposta è semplice quanto disarmante: se nel fascicolo informatico o cartaceo che sia non viene depositato l’originale cartaceo od il duplicato informatico dell’atto introduttivo del giudizio e di tutti gli atti del procedimento di notificazione, sicuramente NO.
Qui non stiamo disquisendo della possibilità del giudice di formare il proprio libero convincimento in base alle allegazioni documentali ma della possibilità materiale e pratica da parte del magistrato di verificare d’ufficio la regolarità del contraddittorio nel caso di scuola in cui una o più parti non siano presenti all’udienza fissata o non si siano costituti, perchè in caso contrario nulla quaestio.

Esaminiamo le varie possibilità in ragione della tipologia di atto introduttivo e della modalità di notificazione dello stesso:
1) Atto di citazione cartaceo, con sottoscrizione autografa, notificato a mezzo ufficiale giudiziario o con una delle modalità previste dalla L. 53/1994 (ma non a mezzo p.e.c).
a) Iscrizione a ruolo tradizionale con fascicolo cartaceo
b) Iscrizione a ruolo telematica con fascicolo informatico

2) Atto di citazione documento informatico, con sottoscrizione digitale, notificato a mezzo della posta elettronica certificata ai sensi dell’art. 3 bis della L.53/1994
a) Iscrizione a ruolo telematica con fascicolo informatico
b) Iscrizione a ruolo tradizionale con fascicolo cartaceo
Le opzioni di cui alla lettera a) per entrambi i casi – nn. 1) e 2) – non creano alcun tipo di problema perché nel fascicolo processuale (cartaceo nel primo caso, informatico nel secondo)  confluiscono rispettivamente un originale cartaceo (analogico) ed un duplicato informatico (che è identico all’originale), ossia oggetti che sono intrinsecamente in grado di provare il loro contenuto informativo perchè possono essere verificati tramite ispezione dal giudice (nel caso dell’originale cartaceo) o  tramite l’utilizzo di apposito software sempre dal giudice (nel caso del duplicato informatico); del resto è questa la peculiarità del mezzo di prova: il suo contenuto informativo è suscettibile di verifica diretta qualora si disponga dell’oggetto della sua consistenza originale.

Proprio questo costituisce il limite delle opzioni di cui alla lettera b) infatti nel fascicolo informatico, in entrambe le ipotesi, non confluiscono gli originali degli atti ma le copie (rispettivamente informatiche per immagine o analogiche) di oggetti con struttura fisica totalmente diversa da quella dell’originale dal quale sono stati tratti e dunque non idonei a costituire prova del loro contenuto informativo per impossibilità di effettuare su di essi una verifica diretta.

Si è cercato di ovviare a tale problema estendendo a questa attività la facoltà (o il potere) in capo all’avvocato di attestare la conformità delle copie depositate agli originali in suo possesso ma la soluzione – seppure legittimamente adottata senza particolari problemi pressocché da chiunque – in realtà non risolve né potrebbe per una serie di ragioni:
primo: non esiste una norma che autorizzi l’avvocato ad attestare la conformità della copia analogica dell’originale informatico né delle RdA e RdAC delle notificazioni a mezzo p.e.c. salvo il caso in cui presso l’ufficio giudiziario non sia possibile depositare telematicamente detti atti. (art. 9, co. 1 bis), quindi in tutti quei casi nei quali sia possibile effettuare il suddetto deposito esso DEVE necessariamente avvenire;
secondo: non esiste una norma che autorizzi l’avvocato ad attestare la conformità delle copie informatiche agli originali analogici dell’atto introduttivo del giudizio e degli atti comprovanti le attività di notificazione (relate, cartoline, ecc.), è previsto l’obbligo di tale attestazione nel caso di iscrizione a ruolo delle procedure esecutive ma in tale caso a parte l’espressa previsione normativa che non può essere estesa analogicamente, gli atti introduttivi del procedimento non sono di competenza dell’avvocato ma dell’ufficiale giudiziario e la cosa non è di poco conto;
terzo: in presenza di un’attestazione di conformità validamente compiuta il giudice NON PUO’ contestarne il contenuto in quanto la querela di falso non può essere proposta d’ufficio ma il giudice deve invece d’ufficio verificare la regolarità del contraddittorio cosa che non è in grado di fare in mancanza degli originali in quanto le copie, sebbene munite di attestazione di conformità non suscettibile di contestazione, sono inidonee e consentirgli tale verifica;

Possono sembrare questioni di lana caprina ma sono il sintomo della confusione terminologica e pratica sulla consistenza degli atti processuali i quali devono pervenire al giudice, non per disposto normativo ma per svolgere la loro funzione sostanziale e processuale nella loro consistenza originale che li rende effettivamente idonei a far prova del loro contenuto e verificabili.

In conclusione qualsiasi sia la modalità di iscrizione a ruolo da voi scelta portate in udienza l’originale analogico dell’atto introduttivo del giudizio se notificato in modalità tradizionale cartacea per esibirlo al giudice se avete iscritto a ruolo in modalità telematica e depositate telematicamente il documento informatico, la relazione di notificazione, le RdA e le RdAC delle notificazioni a mezzo p.e.c. nel fascicolo informatico anche se avete iscritto il procedimento utilizzando il fascicolo cartaceo.

…continua…

Pubblicato il: 23 maggio 2017

Iniziamo la disamina delle criticità riscontrate nel corso degli anni sul processo civile telematico e su quello amministrativo il quale, seppure attivato da soli quattro mesi, ha già mostrato i limiti di una normativa tecnica redatta in modo approssimativo e senza tener conto delle problematiche già manifestatesi per il PCT. Nell’esame dei vari aspetti ci atterremo ad un principio di tipo procedimentale, cominceremo dalla disamina della disciplina e delle applicazioni pratiche delle notificazioni a mezzo p.e.c., per passare alla fase delle iscrizioni a ruolo, dei depositi e di tutte le attività connesse all’estrazione delle copie dai fascicoli informatici senza tralasciare alcune considerazioni in tema di formato degli atti e dei documenti digitali. Ci soffermeremo infine sulle questioni connesse alle attestazioni di conformità e sulle differenti soluzioni adottate in questo ambito per il processo amministrativo telematico rispetto a quanto previsto per quello civile.

Le notificazioni a mezzo posta elettronica certificata. – Detta modalità di notificazione è disciplinata dal codice di procedura civile all’art. 149-bis qualora eseguita dall’Ufficiale Giudiziario ma la suddetta normativa è totalmente disapplicata in ragione del fatto che gli uffici notificazioni ed esecuzioni non sono al momento dotati degli strumenti informatici e telematici per rendere effettivo il disposto del suddetto articolo, trova invece piena applicazione la notificazione a mezzo p.e.c. effettuata direttamente dagli avvocati ai sensi dell’art 3 – bis della Legge 21 gennaio 1994, n. 53. Lo strumento della posta elettronica certificata nell’ambito della disciplina delle notificazioni e comunicazioni processuali non è stato trattato nello stesso modo dal legislatore, in parte per le diverse conseguenze che sul piano della tutela dei diritti può avere una mancata comunicazione di cancelleria alle parti costituite piuttosto che una mancata notificazione dell’atto introduttivo di un giudizio o di qualsivoglia notificazione tra le parti o tra soggetti privati, in  parte per un pregiudizio di fondo nei confronti del soggetto privato o del professionista che deve sempre e comunque essere “accompagnato” e “protetto” da presunti abusi perpetrati da altri soggetti privati.
Com’è ormai ampiamente noto nell’ambito del processo civile è stato introdotto il c.d. “domicilio digitale processuale” che è costituito dall’indirizzo di posta elettronica certificata del difensore presente nei pubblici elenchi tenuti dal Ministero della Giustizia (Re.G.Ind.E.) e sul quale il difensore stesso è tenuto a ricevere (come unica forma possibile all’interno del processo civile) tutte le comunicazioni di cancelleria relative ad un procedimento in corso. La prima “particolarità” che salta all’occhio relativamente a questa tipologia di comunicazione è la conseguenza prevista nel caso di mancata consegna del biglietto di cancelleria  per causa  imputabile al suo titolare (non ci soffermeremo su questo aspetto in quanto, di fatto, quasi tutte le cause di mancata consegna sono imputabili al titolare della casella di p.e.c., con pochissime e trascurabili eccezioni); qualora ciò avvenga la comunicazione si intende perfezionata nel momento, anteriore all’invio del biglietto di cancelleria, nel quale l’evento o il documento da comunicarsi è stato registrato sul sistema dei registri di cancelleria. Questa soluzione, effettivamente rispondente ad esigenze di natura pratica, equivale a dire che la comunicazione dell’evento qualora non sia andata a buon fine, si perfeziona sempre, comunque e senza eccezioni, al momento in cui l’evento medesimo si verifica.

Di diverso avviso appare il legislatore quando la posta elettronica certificata viene utilizzata ai fini di notificazione e quindi ai sensi dell’art. 3-bis della Legge n. 53 del 1994 stante la completa disapplicazione dell’art. 149-bis c.p.c..  Il nostro ordinamento pone a carico di determinati soggetti l’obbligo di munirsi di una casella di posta elettronica certificata e di iscriverla nei pubblici elenchi previsti dalle normative vigenti, detto obbligo è posto a carico di svariate categorie di professionisti (avvocati in primis) ma anche imprese iscritte nel Registro delle Imprese ed infine a carico delle pubbliche amministrazioni, ora è palese che questo obbligo non possa portare a conseguenze diverse a seconda della natura del soggetto che svolge un’attività prevista dalla normativa utilizzando uno strumento ugualmente previsto e disciplinato come obbligatorio.
Una delle riforme normative che ci si aspetterebbe per aumentare l’efficacia e l’utilizzo della telematica che tra l’altro ha portato a notevolissimi risparmi per il Ministero della Giustizia quando ha introdotto l’obbligo delle comunicazioni di cancelleria/segreteria a mezzo p.e.c. è la COMPLETA E TOTALE EQUIPARAZIONE DEGLI EFFETTI DELLA MANCATA NOTIFICAZIONE A MEZZO P.E.C. per cause imputabili al titolare della casella ricevente a quelli previsti per le COMUNICAZIONI DI CANCELLERIA.  Sarebbe finalmente auspicabile l’introduzione di una norma che preveda il perfezionamento della notificazione effettuata dai difensori delle parti a mezzo posta elettronica certificata nel caso di mancata consegna per cause imputabili al destinatario; del resto tale conclusione è perfettamente logica e coerente con il sistema per tutti quei soggetti che la legge obbliga a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica. Ed infatti detti soggetti sono tenuti ad inserire il loro indirizzo in un pubblico elenco che è tale nel senso che il suo contenuto fa pubblica fede (e non nel senso che è pubblicamente consultabile da tutti, tant’è che né il Re.G.Ind.E né il Registro delle PP.AA. lo sono); stando così le cose non esiste nessuna ragione logica né giuridica per la quale le conseguenze negative del mancato rispetto di un obbligo giuridico non debbano ricadere sul soggetto che a tale obbligo non abbia adempiuto o smetta di adempiere ad es. non gestendo correttamente la propria casella p.e.c. così da renderla inidonea a ricevere comunicazioni.

…continua…

Pubblicato il: 20 maggio 2017

I processi cd. telematici (civile, amministrativo, tributario) sono, bene o male, partiti ed operativi ormai in quasi tutti i settori della giurisdizione. Hanno portato grandi vantaggi secondo alcuni e molteplici disagi a parere di altri, sono stati pensati, progettati, normati e resi operativi senza una visione unitaria ma per rispondere alle esigenze della singola procedura spesso ignorando la normativa primaria di riferimento che disciplina il documento informatico piuttosto che la notificazione a mezzo p.e.c.; soprattutto è questo è forse il limite maggiore, si è pensato ai processi telematici esclusivamente come modalità sostitutiva di accesso alle cancellerie od alle segreterie degli uffici giudiziari nonché di deposito e prelievo di atti e documenti e non in una reale ottica di innovazione la quale riconosca innanzitutto che il concetto tradizionale di documento come atto scritto su supporto cartaceo e sottoscritto con firma autografa è irrimediabilmente e definitivamente superato.
In questi anni abbiamo letto regole e specifiche tecniche che prevedevano tutto ed il contrario di tutto a seconda dell’autorità innanzi alla quale il procedimento era introdotto, abbiamo visto regole assolutamente generiche e vaghe come articoli che arrivano a prevedere quale tipo di formato di firma digitale è considerato utilizzabile nel processo amministrativo piuttosto che in quello civile o tributario.  Abbiamo sentito e letto qualsiasi cosa sui formati documentali, sul loro valore probatorio, sulla necessità o meno di apporre su di essi un’attestazione di conformità, sulla validità e sulle modalità dei depositi telematici, sui limiti al peso dei singoli atti e documenti; sono state emesse sentenze sulla validità della notificazione a mezzo posta elettronica certificata che la ammettevano o meno a seconda che l’atto da notificarsi fosse civile o amministrativo od addirittura a seconda che il relativo giudizio dovesse essere introdotto davanti ad un ufficio giudiziario nel quale era operativo o meno il processo telematico.
Ci siamo sbizzarriti nelle forme e nelle spiegazioni più astruse sulla necessità delle copie cartacee di cortesia o di obbligo, sul loro numero, sul loro valore giuridico e sulla possibilità di portare avanti il procedimento in loro assenza totale o parziale, sull’obbligo o meno di munirle di attestazione di conformità e chi più ne ha più ne metta…in una sola frase e nella migliore tradizione abbiamo cercato (e trovato benissimo) il modo per rendere i processi telematici complicati, astrusi, incomprensibili.
Forse è giunto il momento di cambiare prospettiva e di renderci conto che qualsiasi cambiamento deve essere accompagnato e gestito su più livelli: normativo, tecnico, procedurale, applicativo, formativo e vari altri; proveremo ad analizzarli uno alla volta senza pretesa di completezza ma con la profonda convinzione che l’attività giurisdizionale gestita con strumenti informatici e telematici non potrà mai più essere quella che il legislatore dei codici di procedura aveva disciplinato.

…continua…

Pubblicato il: 21 ottobre 2016

Ritorniamo sull’argomento documento nel Processo Amministrativo Telematico perché riteniamo possa essere utile sottolineare le differenze operative rispetto al Processo Civile e stimolare il dibattito al fine di cercare soluzioni condivise.
La questione principale è quella relativa alla modalità di sottoscrizione digitale degli atti, della relazione di notificazione, nonché della procura alle liti.
Nel processo civile telematico essi possono essere sottoscritti indifferentemente con firma digitale in formato CADES (estensione .p7m) o PADES-BES (estensione .pdf); le regole del processo amministrativo prevedono invece che gli atti siano sottoscritti esclusivamente in formato PADES-BES (estensione .pdf).
Tutto questo è legittimo? E soprattutto a quale logica risponde?
Cominciamo dall’atto processuale introduttivo che, nel diritto amministrativo è tipicamente il ricorso, orbene i documenti informatici e la loro sottoscrizione sono disciplinate dal Codice dell’Amministrazione Digitale per il quale nel nostro ordinamento un documento informatico deve essere sottoscritto con firma elettronica qualificata o con firma digitale.
La norma che disciplina le notificazioni (di atti civili, amministrativi e stragiudiziali) a mezzo posta elettronica  qualificata è la Legge 21.01.1994, n. 53 la quale specifica (art. 3 bis, n. 5) che la relazione di notificazione deve essere sottoscritta con firma digitale.
La procura alle liti viene sottoscritta digitalmente sia nel processo civile telematico che in quello amministrativo ma ai fini del deposito telematico, non per autentica della sottoscrizione su di essa apposta dal cliente, a questo occorre aggiungere che, l’eventuale obbligo di notificazione della procura alle liti  unitamente all’atto introduttivo è una questione controversa e che comunque incide, qualora le regole tecniche di un procedimento differiscano da un altro, non sulla disciplina interna del procedimento stesso ma sulla valenza giuridica di un atto redatto, sottoscritto e/o utilizzato in una fase precedente all’accesso telematico o meno all’ufficio giudiziario.
In conclusione, a parere di chi scrive, costituisce semplicemente un assurdo che le regole sulla sottoscrizione documentale del processo civile, di quello amministrativo e di quello contabile, siano diverse perché la validità giuridica di un atto non è determinata dal rispetto delle regole tecniche ma delle norme primarie di legge.

La domanda è legittima: cosa succede se un avvocato redige un ricorso amministrativo come documento informatico sottoscritto con firma digitale in formato CADES e lo notifica a mezzo p.e.c. sottoscrivendo nel medesimo formato anche la relazione di notificazione come previsto dall’art. 3 bis, co. 5 della Legge n. 53 del 1994 e non nel formato PADES-BES previsto per gli atti da depositarsi presso gli organi della Giustizia Amministrativa come previsto dalle regole tecniche e dalle istruzioni all’uopo rilasciate?

Pubblicato il: 7 ottobre 2016

Dal 10 ottobre 2016 al 30 novembre 2016 riparte la sperimentazione del Processo Amministrativo Telematico e ritorna il doppio binario.
Il Segretariato Generale della Giustizia Amministrativa ha ribadito con il “Regolamento  sulle  regole  tecnico-operative  per  l’attuazione  del il processo amministrativo telematico, concernente la  comunicazione  di avvio della sperimentazione del P.A.T. dal 10 ottobre al 30  novembre 2016”. (Decreto n. 106/2016), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.217 del 16-9-2016,  che nella fase di sperimentazione tutti i ricorsi così come tutti gli atti difensivi relativi a ricorsi introdotti nel medesimo periodo davanti ai TAR ed alle sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato  andranno depositati in modalità cartacea per avere valore legale ma anche OBBLIGATORIAMENTE E SENZA ALCUN VALORE LEGALE in via telematica.
Sul sito istituzionale della Giustizia Amministrativa www.giustizia-amministrativa.it sono state pubblicate le istruzioni e la modulistica relativa ai vari adempimenti connessi con l’avvio della sperimentazione e leggendo, seppure abbastanza superficialmente, la documentazione sorgono una serie di perplessità in ordine ad alcune attività da compiersi parte dei difensori nel rispetto delle regole tecniche del P.A.T. a cominciare dalla notificazione del ricorso a mezzo p.e.c. ai sensi della Legge 53 del 94. Sulle istruzioni si legge che il ricorso da notificarsi a mezzo p.e.c. (ai sensi dell’art. 3 bis della suddetta norma) deve essere sottoscritto con firma digitale in formato PADES-BES mentre la legge prescrive che l’atto debba essere sottoscritto con firma digitale o firma elettronica qualificata e le regole tecniche del processo amministrativo digitale non pare possano incidere sulla validità legale di una sottoscrizione digitale effettuata ad es. in formato CADES.
Primo quesito: un ricorso amministrativo sottoscritto in formato CADES e notificato a mezzo p.e.c. quale tipo di vizio avrebbe?

Approfondiremo sul prossimo post 

Pubblicato il: 7 ottobre 2016

Utilizziamo impropriamente (ma nemmeno tanto trattandosi di tecnologia) il blog per comunicare a tutti gli interessati che è stata rilasciata ed è scaricabile gratuitamente dallo store di Google ed a breve anche da quello di Apple, una versione per smartphone dell’Agenda Legale de Il Momento Legislativo.
L’agenda oltre al tradizionale diario nel quale possono essere inseriti gli appuntamenti e le attività espressamente codificate per gli avvocati, consente all’utilizzatore di scaricare e memorizzare direttamente dal sistema Polisweb di consultazione dei registri di cancelleria, i fascicoli processuali dell’avvocato e di integrarne le udienze e le scadenze nel diario giornaliero in modo da poter avere sempre sotto controllo tutta l’attività giurisdizionale e non sul proprio dispositivo personale.
L’ app dispone inoltre di una rubrica i cui dati possono essere utilizzati per abbinare i fascicoli scaricati dagli uffici giudiziari ai clienti ed alle controparti al fine di agevolare il reperimento di ogni informazione utile all’avvocato.  
Per scaricare l’applicazione (gratuitamente per tutto il 2017) è sufficiente accedere allo store di Google e ricercare: Agenda Legale – ML.

Per quanti fossero interessati ad un’approfondimento è possibile scaricare la guida all’uso da questo link

Pubblicato il: 6 settembre 2016

Il processo amministrativo telematico si uniforma al P.C.T.?  Molti giuristi ed operatori della giustizia nel corso di questi anni si saranno chiesti la ragione per la quale il legislatore non abbia introdotto norme uniformi per i vari Processi Telematici avviati od in fase di avvio in ambito civile, penale, amministrativo, tributario, ecc.
Un siffatto interrogativo non consente risposta ma le problematiche nascenti da una difformità di norme nei vari processi si sono puntualmente verificate e sono quelle che hanno probabilmente indotto l’esecutivo a posticipare (con un provvedimento emanato il giorno precedente il previsto avvio) l’entrata in vigore della normativa sul Processo Amministrativo Telematico. 
Pochi giorni fa con il D.L.  31 agosto 2016, n. 168 il governo è nuovamente intervenuto introducendo norme che dovrebbero risolvere alcune criticità rilevate nella previgente normativa.
Il primo riferimento è quello relativo al c.d. “domicilio digitale” previsto dall’art. 16-sexies del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179 che si applicherà ai sensi del comma 1-bis dell’art. 25 del D.Lgs. 02 luglio 2010, n. 104 come ora modificato ed in quanto compatibile, anche al processo amministrativo.  In buona sostanza varrà anche per la giustizia amministrativa il principio in base al quale le notificazioni al difensore in cancelleria (nel P.A. segreteria), potranno essere effettuate in tale modalità, esclusivamente qualora non sia possibile, per causa imputabile al destinatario, la notificazione presso l’indirizzo di posta elettronica certificata risultante da pubblici elenchi.

L’ art 136 del quale è stato modificato il comma 2 ed introdotti i commi 2-ter e 2-quater oltre ad inserire un forse inopportuno riferimento a “casi eccezionali” nei quali il Presidente del collegio giudicante potrà dispensare le parti od i loro difensori dalla sottoscrizione digitale e dal deposito telematico degli atti, tenta di risolvere (si spera definitivamente) il problema dell’attestazione di conformità delle copie informatiche degli atti depositati. Il testo specifica che la copia informatica munita di attestazione di conformità equivale all’originale od alla copia conforme dell’atto o del provvedimento.  Nel testo si ribadisce altresì che i difensori, nel compimento dell’ attestazione di conformità, “ASSUMONO AD OGNI EFFETTO LA VESTE DI PUBBLICO UFFICIALE” superando così e si spera in modo definitivo, la diatriba sulla possibilità che un soggetto sia considerato pubblico ufficiale nel compimento di attività specifiche pur senza essere pubblico ufficiale per status professionale.
Il comma 2-quater stabilisce che il Presidente della sezione o il collegio, qualora la questione sorga in udienza, possono autorizzare il privato chiamato in causa (non soggetto all’obbligo di dotarsi di indirizzo P.E.C.) a depositare atti e documenti tramite l’upload sul sito istituzionale della Giustizia Amministrativa.

Conseguentemente sono state modificate anche le norme di attuazione che ora assicurano (art 4, co. 4) la possibilità di deposito telematico degli atti in scadenza fino alle 24.00 dell’ultimo giorno consentito e che considerano il deposito tempestivo (a differenza del P.C.T.) con la generazione della ricevuta di avvenuta accettazione ove il deposito risulti anche successivamente andato a buon fine. Il termine è anticipato alle ore 12.00 del giorno di scadenza agli effetti dei termini a difesa e delle udienze camerali e pubbliche, come previsto dalla normativa generale.
L’art 13-bis di nuova introduzione contiene le misure transitorie per l’uniforme applicazione del processo amministrativo telematico e prevede che per tre anni a decorrere dal 01 gennaio 2017 (data di entrata in vigore delle norme sul P.A.T.) qualora il punto di diritto sottoposto al giudice amministrativo verta sull’interpretazione e l’applicazione delle norme sul processo amministrativo telematico può essere proposta istanza di rimessione del ricorso all’adunanza plenaria al fine di uniformare il più possibile le decisioni  e creare in tempi relativamente brevi una giurisprudenza specifica sui principi di “diritto amministrativo telematico.

Siamo certi che con l’autunno ci attenderanno altre novità ma non  perdiamo la speranza che il legislatore metta mano, una volta per tutte, ad una riforma organica delle norme processuali che tenga conto del fatto che le tecnologie fanno parte ormai di qualsiasi iter procedimentale complesso e che le regole processuali non possono inseguire le tecnologie ma debbono considerarle un presupposto indefettibile del buon funzionamento del sistema giudiziario. 

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