A cura di Guglielmo Lomanno

Pubblicato il: 16 maggio 2019

Nei giorni scorsi è circolata insistentemente la voce relativa alla presunta violazione di circa 150.000 indirizzi di posta elettronica certificata a seguito di una serie di accessi ai database di uno dei più importanti fornitori di servizi p.e.c. degli ordini professionali forensi, il dato reale sulle caselle potenzialmente coinvolte è di circa 27.500.
A seguito dell’attacco subito le società Infocert (certificatore accreditato e fornitore del servizio) e Visura (intermediario della commercializzazione) hanno, in accordo con il Garante della protezione dei dati personali, bloccato tutte le caselle ipoteticamente suscettibili di violazione per svolgere i controlli necessari a scongiurare qualsiasi violazione effettiva o presunta e, successivamente, ripristinato il servizio.

Cosa è realmente successo e quali sono i pericoli reali o ipotetici che hanno corso i titolari delle caselle di posta elettronica certificata ed i dati eventualmente in esse contenuti?

I server contenenti alcuni archivi di dati sono stati violati e di conseguenza molte informazioni sono divenute accessibili a soggetti non legittimati, ma quali dati contenevano questi file?
Al momento non è possibile rispondere alla domanda ma per restare ai profili qui di interesse pare siano state acquisite le informazioni relative alle “userid” ed alle “password” fornite in fase di prima attivazione del servizio di posta elettronica certificata a quegli avvocati che avevano aderito ai servizi offerti in convenzione a molti consigli degli ordini forensi.
Prendiamo per buona tale ipotesi e vediamo quale conseguenze pratiche potrebbero, o meglio, avrebbero potuto verificarsi visto che allo stato non risultano esiti conosciuti, tenendo presente che le norme e le buone prassi sulla sicurezza informatica prevedono che le password di accesso a qualsivoglia sistema informatico dovrebbero essere cambiate al primo accesso e periodicamente con frequenza perlomeno trimestrale.

1) Il titolare della casella pec in fase di prima attivazione ha immediatamente cambiato la propria password di accesso.
In questo caso la conoscenza della password rilasciata in fase di prima attivazione dal fornitore del servizio non consente in alcun modo a chicchessia di accedere alla casella del titolare e questo è al riparo da qualsivoglia violazione dei propri archivi.

2) Il titolare della casella pec ha comunque nel corso del periodo di utilizzo modificato la password originaria.
Come nel caso di cui al n. 1) nessun accesso non autorizzato alla casella è possibile.

3) Il titolare della casella pec non ha mai cambiato la password e continua ad utilizzare quella fornita in fase di attivazione.
Questa ipotesi non implica che la casella sia stata effettivamente violata e che dunque vi sia stato un accesso non autorizzato ai dati, la conoscenza della password da parte di soggetti non legittimati non implica né l’accesso alla casella né l’acquisizione dei dati, delle informazioni e dei documenti in essa contenuti.
In effetti, proprio per evitare l’accesso a soggetti diversi dal titolare della casella o da esso delegati, sono stati bloccati per alcuni giorni tutti gli indirizzi che ipoteticamente avrebbero potuto essere sottoposte ad accessi non autorizzati.
Successivamente, dopo un controllo svolto in modo sistematico su ampia scala sono state ripristinate dapprima le caselle per le quali le password erano state regolarmente modificate ed in seguito  tutte le altre previa comunicazione ai titolari delle modalità per effettuare l’accesso previo cambiamento della password; l’intermediario ha naturalmente potuto contattare direttamente solo gli utenti dei quali aveva a disposizione un indirizzo di posta elettronica ordinaria, a tutti gli altri è stata illustrata con avviso pubblicato sui siti del fornitore e dei consigli degli ordini, la procedura per la forzatura della password e lo sblocco della casella.

Allo stato possiamo dunque dire con buona approssimazione che quasi nessuna delle caselle pec ipoteticamente interessate ha subito accessi indebiti a seguito dei fatti sopradescritti, l’analisi dei file di log delle singole utenze effettuata dal fornitore del servizio non ha evidenziato un numero rilevante di accessi anomali ove anche si tenga conto che – nell’ipotesi in cui qualcuno abbia utilizzato la password ricavata dai file sottratti – al sistema informatico non può risultare alcuna anomalia essendo stati nome utente e password validi ed attivi fino alla loro sospensione da parte dell’amministratore di sistema.

Purtroppo tutto quanto sopra descritto non è stato privo di conseguenze pratiche poiché, proprio in ragione del blocco imposto da parte del Garante, le caselle non hanno funzionato per alcuni giorni con la conseguente impossibilità per i titolari tra l’altro di effettuare i depositi telematici e le notificazioni ai sensi dell’art. 3-bis L. 53/94 con ricadute di vario tipo anche sugli uffici giudiziari alcuni dei quali hanno espressamente autorizzato i depositi cartacei degli atti non inviabili telematicamente. La quasi totalità delle caselle ha ripreso in toto la propria funzionalità nella giornata del 13.05.2019.

Questi in sintesi i fatti che confermano come non sia affatto semplice la completa e puntuale protezione dei dati personali e come ancora molto ci sia da fare in materia di sicurezza informatica da parte delle grandi aziende fornitrici di servizi informatici, sia da parte di utenti in genere poco attenti, nonostante la professione svolta, ai profili della riservatezza dei propri archivi.
Molto ci sarebbe da dire in primo luogo su tutti quei servizi che utilizzano il sistema di autenticazione semplice basato su userid e password che come ampiamente noto viene spessissimo usato in modo molto superficiale e risulta dunque facilissimamente violabile, anche se per alcuno può sembrare assurdo che professionisti del diritto non abbiano mai modificato la password di accesso alla propria casella di posta elettronica certificata il fatto non è né raro né così assurdo. La cultura informatica di base è di livello bassissimo nella quasi totalità degli operatori del diritto e diventa mediocre se applicato all’ambito della sicurezza e delle relative misure se è vero che le password maggiormente utilizzate sono le date di nascita di mariti, mogli, figli, animali domestici, seguite da sequenze di caratteri digitate sulla tastiera del pc del tipo QWERTY o 123456.
Non è questa la sede ove affrontare le questioni sulla sicurezza dei propri dispositivi ma in tema di utilizzo di password sarebbe opportuno sapere, per esempio, che quanto più una password è lunga, tanto più è difficile violarla, che le semplici sequenze numeriche sono molto più deboli di sequenze che prevedano l’uso di varie tipologie di caratteri e che una password composta da otto caratteri non è affatto forte quanto si potrebbe pensare; in ogni caso oltre alla password dovrebbe essere sicuro il supporto fisico o digitale sul quale la/le stessa/a vengono memorizzate ma qui si aprirebbe un capitolo a parte.

Passiamo ora a considerare alcuni aspetti pratici dell’utilizzo della p.e.c. nella pratica legale, in teoria una volta che un deposito telematico si è perfezionato non è affatto necessario conservare sulla propria casella di posta tutte le pec relative e sarebbe opportuno scaricarle in locale (o in un servizio cloud veramente sicuro) in un archivio preferibilmente non connesso alla rete se non per il periodo necessario al trasferimento dei dati, identico discorso per le notificazioni a mezzo p.e.c. per le quali, una volta depositate presso gli uffici giudiziari le relative risultanze che provino la notificazione, non è necessario né opportuno conservare tutti i messaggi nella propria casella.

Per coloro i quali non siano riusciti a depositare gli atti al PCT nel periodo di blocco o malfunzionamento delle caselle p.e.c. e non abbiamo proceduto al deposito cartaceo ove autorizzato è sempre possibile chiedere la rimessione in termini utilizzando la comunicazione di malfunzionamento rilasciata dal gestore e dal fornitore del servizio.
Gli uffici giudiziari si sono mossi in varie direzioni e così, mentre il Presidente della Corte di Appello di Roma ha emesso un provvedimento di autorizzazione al deposito cartaceo per i giorni 8 e 9 maggio, nel distretto di Genova è stata disposta la sospensione delle comunicazioni e delle notificazioni a mezzo p.e.c.

Pubblicato il: 10 aprile 2019

La norma appena dichiarata incostituzionale con la Sentenza n. 75 del 19 marzo 2019 –  l’art. 16-septies del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 (Ulteriori misure urgenti per la crescita del paese), convertito, con modificazioni, nella legge 17 dicembre 2012, n. 221, inserito dall’art. 45-bis, comma 2, lettera b), del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari), convertito, con modificazioni, nella legge 11 agosto 2014, n. 114 – costituisce uno dei tanti esempi di legislazione frettolosa, imprecisa, fuori tempo e foriera di problematiche più diffuse dei problemi che nelle intenzioni del legislatore dovrebbe risolvere.
La questione è nota: l’art. 16-septies del 179/2012 richiama anche per le notificazioni  a mezzo posta elettronica certificata, il disposto dell’art. 147 c.p.c. secondo cui le notificazioni non possono farsi prima  delle 07.00 e dopo le 21.00, detta disciplina dettata per attività compiute tramite accesso fisico dell’ufficiale giudiziario nel domicilio del soggetto destinatario, appariva da subito priva di significato logico nel caso di un sistema completamente automatizzato l’utilizzo del quale  in alcun modo era in grado di comprimere il diritto al riposo posto a fondamento dell’art. 147 c.p.c.
In tale ottica e sulla base della logica avrebbe dovuto trovare applicazione il principio generale della scissione degli effetti della notificazione per il mittente e per il destinatario, ma il tenore letterale della norma sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale ha fatto si che si sviluppasse una nutrita giurisprudenza di legittimità in base alla quale “…la notifica con modalità telematiche richiesta con il rilascio della ricevuta di accettazione dopo le ore 21 si perfeziona alle ore 7 del giorno successivo, «secondo la chiara disposizione normativa, intesa a tutelare il diritto di difesa del destinatario della notifica senza condizionare irragionevolmente quello del mittente» (così Corte di cassazione, sezione sesta civile, sottosezione terza,ordinanza 31 luglio 2018, n. 20198; nello stesso senso, ex multis, sezione sesta civile – sottosezione L, ordinanza 9 gennaio 2019, n. 393; sezione lavoro, sentenza 30 agosto 2018, n. 21445; sezione terza civile,sentenza 21 settembre 2017, n. 21915; sezione lavoro, sentenza 4 maggio 2016, n. 8886).
E’ di lampante evidenza come la mancata applicazione del principio della scissione pregiudichi il diritto di difesa del notificante impedendogli di fatto di beneficiare dell’intero arco delle 24 ore per effettuare un’attività che il sistema tecnico gli consente di svolgere per l’intero arco temporale del giorno di scadenza del termine, senza contare che l’ipotetico diritto al riposo “presuntivamente” violato dalla ricezione di una p.e.c., non sarebbe neppure effettivamente tutelato in quanto il sistema il messaggio lo riceve comunque sia che esso sia giuridicamente valido sia nel caso contrario.
Ciò è tanto vero che la stessa Corte Costituzionale ricorda come in tema di depositi telematici di atti processuali eseguiti a mezzo p.e.c. la normativa preveda che essi siano efficacemente possibili fino alle 23.59.59 del giorno di scadenza del termine; anche in questo caso la previgente normativa prevedeva la validità dei depositi fino alle ore 14.00 come se i registri di cancelleria automatizzati avessero lo stesso orario di apertura e chiusura delle cancellerie fisiche.
Al termine di un completo e puntuale esame di tutte le questioni connesse al quesito proposto la Corte ha così deciso:

L’art. 16-septies del d.l. n. 179 del 2012 va pertanto dichiarato costituzionalmente illegittimo nella partein cui prevede che la notifica eseguita con modalità telematiche la cui ricevuta di accettazione è generata dopo le ore 21 ed entro le ore 24 si perfeziona per il notificante alle ore 7 del giorno successivo, anziché al momento di generazione della predetta ricevuta.

Occorre riconoscere che ormai il nostro codice di procedura civile e tutte le norme procedurali emanate non sono più in grado di costituire un fondamento sicuro per tutte quelle attività processuali che in tempi passati venivano effettuate tramite spostamento da una parte all’altra del mondo fisico di un essere umano il quale aveva necessità, esigenze e modalità di azione che nulla avevano a che fare con la gestione automatizzata delle procedure caratteristica della società digitalizzata.

In breve: dopo le ore 21 la posta elettronica certificata non dorme.

Pubblicato il: 3 ottobre 2017

Sulla sottoscrizione digitale dell’atto del processo come originale informatico e della procura originariamente redatta in formato analogico

La Corte di Cassazione Sesta Sezione Civile – con le ordinanze 31.08.2017, n. 20672 di rimessione al Primo Presidente per l’eventuale trattazione del ricorso davanti alle Sezioni Unite e 25.09.2017 n. 22320 che ha invece definito il giudizio – ritorna sulla problematica della tipologia di firma digitale da utilizzare per sottoscrivere un atto nativo digitale (nel caso di specie ricorso o controricorso per Cassazione) nonché la procura alle liti redatta su supporto analogico, successivamente scansionata e trasformata in copia informatica per immagine e successivamente notificate unitamente a mezzo posta elettronica certificata.

Nella prima ordinanza la Corte, in mancanza di un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, ha ritenuto non potesse essere deciso il giudizio senza una presa di posizione in ordine alla questione che “…ha ad oggetto gli effetti della violazione delle disposizioni tecniche specifiche sulla forma degli “atti del processo in forma di documento informatico” (o, descrittivamente, nativi informatici – riferendosi i precedenti di legittimità noti a fattispecie di atti in formao analogico e poi trasformati e notificati in via telematica, ovvero ad altre più articolate, ma non esattamente negli specifici termini di cui appresso – e, in particolare, sull’estensione (che indica o descrive il tipo) dei file in cui essi si articolano, ove siano indispensabili per valutare la loro autenticità..”; pertanto dopo un’attenta disamina della problematica ha rinviato gli atti al Primo Presidente.

Nella seconda invece, pur svolgendo le medesime considerazioni in ordine agli aspetti tecnico-giuridici sopra richiamati, la Corte ha valutato comunque infondati i motivi di ricorso e lo ha pertanto rigettato ritenendo la normativa dettata in tema di notificazioni a mezzo p.e.c. la mera evoluzione della disciplina delle notificazioni tradizionali e considerando dunque perfettamente valida la notificazione effettuata nei confronti di un soggetto destinatario non in grado – per mancanza degli strumenti tecnici necessari a rendere leggibili i documenti informatici redatti nei formati previsti dalla normativa – di prendere compiuta conoscenza del contenuto dell’atto notificato. Ribadendo pertanto il principio in base al quale non costituisce onere particolarmente gravoso per un professionista legale, “…dotarsi degli strumenti tecnici che consentano di leggere correttamente il formato di un atto notificato nel rispetto delle regole…” tecniche per esso dettate.

Per comprendere appieno la questione occorre ricordare come il nostro ordinamento prescriva che un documento informatico per avere il medesimo valore probatorio e giuridico del suo omologo cartaceo, deve essere redatto in un formato che rispetti determinate caratteristiche tecniche e sottoscritto con firma elettronica qualificata o con firma digitale in modo da garantire l’integrità, l’autenticità e la non ripudiabilità del file e dunque del documento.

In particolare la disciplina sul c.d. Processo Civile Telematico ha fatto proprie le risultanze tecnico-giuridiche della normativa generale in tema di documento informatico e firme elettroniche Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs. n. 82/2005) a mente del quale la firma digitale è un particolare tipo di firma elettronica avanzata, basata su un certificato qualificato, rilasciato da un certificatore accreditato, e generata mediante un dispositivo per la creazione di una firma sicura basato su un sistema di chiavi crittografiche asimmetriche.

La firma digitale in pratica consiste nella creazione di un file, definito “busta crittografica”, che racchiude al suo interno il documento originale, l’evidenza informatica della firma e la chiave per la verifica della stessa, che, a sua volta, è contenuta nel certificato emesso a nome del sottoscrittore. L’autenticità del certificato è garantita da un’Autorità di certificazione, in Italia, dai certificatori accreditati ai sensi dell’articolo 29 del CAD (D.Lgs. n. 82/2005).

Gli standard europei prevedono tre tipi di sottoscrizione digitale, identificati dagli acronimi CAdES, PAdES e XAdES, modalità di sottoscrizione adottate anche in Italia.

La firma CAdES

La busta CAdES è un file con estensione .p7m, il cui contenuto è visualizzabile solo attraverso idonei software in grado di “sbustare” il documento sottoscritto. Tale formato permette di firmare qualsiasi tipo di file, ma presenta lo svantaggio di non consentire di visualizzare il documento oggetto della sottoscrizione in modo agevole. Infatti, è necessario utilizzare un’applicazione specifica.

La firma PAdES

La firma digitale in formato PAdES è un file con estensione .pdf, leggibile con i comuni reader disponibili per questo formato. Questa tipologia di firma, nota come “firma PDF”, prevede diverse modalità per l’apposizione della firma, a seconda che il documento sia stato predisposto o meno ad accogliere le firme previste ed eventuali ulteriori informazioni, rende il documento più facilmente accessibile, ma consente di firmare solo documenti di tipo PDF. “ (1)

La firma XadES

E’ una particolare tipologia di firma che rende possibile la sottoscrizione di documenti informatici in formato XML e di rappresentare, sempre nel medesimo formato, il risultato della sottoscrizione. La caratteristica principale di tale formato è che rende possibile firmare singole parti del documento, cosa che risulta indispensabile nell’ipotesi di documenti scritti da più’ soggetti, e nei quali ciascuno deve firmare la propria parte.

Ricordiamo che il formato XML è direttamente interpretabile da un elaboratore e tra le sue caratteristiche principali non vi è quella di dover essere letto da un soggetto umano.

L’esistenza di differenti “tipologie” di firma digitale corrisponde ad esigenze pratiche diverse, ma non rende differenti né tecnicamente, né giuridicamente, documenti sottoscritti con modalità diverse: qualsiasi sia la tipologia di firma utilizzata CAdES o PAdES il valore del documento è il medesimo, gli standard tecnici sono gli stessi, il livello di sicurezza è identico così come la sua idoneità a garantire l’integrità, l’autenticità e la non ripudiabilità del documento.

Dunque la redazione di un atto nomefile.pdf sottoscritto in formato CAdES genererà una busta crittografica con estensione nomefile.p7m, mentre la sottoscrizione del medesimo atto in formato PAdES genererà una busta crittografica che manterrà l’ estensione nomefile.pdf ma che nulla avrà a che fare con il file prima della sottoscrizione digitale dal punto di vista tecnico-giuridico.

Dal momento che, come afferma espressamente la Corte, la normativa dettata per il processo telematico non costituisce normativa primaria essa non ha innovato, né tantomeno avrebbe potuto rispetto a quanto stabilito dal D. Lgs. 82 del 2005 e ss. mm. (Codice dell’Amministrazione Digitale) – esso si norma primaria – in quanto il C.A.D. non solo definisce cosa sono i documenti redatti e sottoscritti elettronicamente e quali sono le modalità della loro sottoscrizione ma ne stabilisce il valore giuridico; per questo motivo le norme dettate per il Processo Civile Telematico e per le notificazioni degli atti a mezzo P.E.C. non potevano far altro che recepire le definizioni già dettate a livello generale.

Per semplificare: se la “firma digitale” ha un determinato valore giuridico e domani venissero testate e dichiarate conformi alla normativa altre 50 tipologie di “firma digitale” qualsiasi documento con esse sottoscritto avrebbe il medesimo valore giuridico e la stessa efficacia probatoria delle firme che oggi conosciamo.

Nelle ordinanze in esame, dopo aver citato l’articolo 11 del D.M. 44/2011, che a parere della Corte avrebbe regolato “in via di sostanziale delegificazione” il formato dell’atto del processo, si fa

riferimento all’articolo 12 del Provvedimento Resonsabile SIA del 16.04.2014 contenente le specifiche tecniche del PCT il quale espressamente indica che: “La struttura del documento firmato è PAdES-BES (o PAdES Part 3) o CAdES-BES; “ la Corte non cita il resto dell’articolo ma solo la parte in cui è specificato che: “… nel caso del formato CAdES il file generato si presenta con un’unica estensione p7m.”

Da questo riferimento testuale l’ordinanza prosegue precisando che: “…risultando quindi indispensabile l’estensione .p7m, a garanzia dell’autenticità del file e cioè dell’apposizione della firma digitale al file in cui il documento informatico è stato formato, solo per il secondo caso, in cui cioè il documento informatico originale è creato in formato diverso da quello “.pdf”.

La problematica pratica nasce dall’esigenza del difensore di notificare, unitamente all’atto difensivo ricorso o controricorso per Cassazione (ricordiamo che per la disciplina del c.p.c. e del processo telematico esso è un atto del processo), la procura alle liti la quale, ai sensi dell’art. 83 c.p.c. può essere redatta come documento informatico nativo o su foglio cartaceo separato univocamente connesso all’atto cui si riferisce.

Qualora la procura alle liti sia redatta su carta (documento analogico) questa può essere scansionata ed autenticata con sottoscrizione elettronica apponendo sul file generato dalla scansione una firma qualificata o digitale; questo documento che sia unito all’atto principale in sede di notificazione a mezzo p.e.c. od in sede di deposito telematico costituisce in ogni caso un allegato sia perché non è un atto del processo, sia perché non è un atto del difensore che procede solo all’autenticazione della firma.

Bisogna ricordare infine che la connessione univoca tra atto e procura è data dall’essere entrambi spediti (sia nella notificazione che nel deposito si utilizza la p.e.c.) nella medesima busta di trasporto che costituisce di per sé strumento idoneo a garantire la non modificabilità degli atti ed allegati in essa contenuti.

Il documento informatico nativo digitale (redatto quindi per la prima volta direttamente su un elaboratore elettronico) può avere esclusivamente, prima dell’apposizione della firma, un estensione “.pdf”, dopo l’apposizione della firma CAdES la sua estensione cambia in “.p7m”, si mantiene invece come “.pdf” se la sottoscrizione avviene con firma PAdES (art. 12 Specifiche tecniche).

I documenti informatici allegati, non necessitano obbligatoriamente dell’estensione “.pdf” né qualora siano originali informatici e neppure nell’ipotesi in cui si tratti di copie informatiche per immagini (scansioni) di documenti in origine redatti su supporto analogico (cartaceo).

Questo implica che la procura alle liti redatta e sottoscritta dal cliente su carta, una volta scansionata può avere almeno 4 diversi tipi di estensione (.pdf, jpeg, .gif, .tiff ), in quanto essendo un documento informatico allegato e non un atto del processo deve rispettare i requisiti formali prescritti dalle specifiche tecniche qualsiasi sia la sua estensione (art. 13 Specifiche tecniche).

Passiamo ora all’aspetto pratico della sottoscrizione informatica della procura: per ragioni tecniche è ovvio che nel caso in cui il risultato della scansione sia un file con estensione “.pdf” (ma ricavato da un originale cartaceo e quindi un’immagine dell’originale) detto file può essere sottoscritto sia con firma digitale CAdES (che quindi muta l’estensione in “.p7m”) sia con firma PAdES (che mantiene l’estensione “.pdf”) senza che ciò implichi nessuna differenza relativamente al suo valore giuridico. Nel caso invece la scansione abbia generato file in qualsivoglia altra estensione tra quelle ammesse l’unica firma digitale possibile è la CAdES in quanto – come sopra detto – la firma PAdES può essere apposta esclusivamente su file “.pdf”.

Ripetiamo ancora che le due tipologie di firma nascono per rispondere ad esigenze pratiche differenti sia in termini di apposizione sia in termini di facilità di utilizzo e di decodifica ma che in nessun caso può essere consentito di introdurre differenziazioni sul profilo tecnico e sul funzionamento dei relativi strumenti né sul valore probatorio (in senso tecnico-pratico) degli oggetti generati all’esito della sottoposizione del file al procedimento tecnico di sottoscrizione informatica.

La Corte afferma nell’ordinanza 20672 che: “…l’osservanza delle specifiche tecniche sullo stesso confezionamento dei file informatici nativi dovrebbe poter attenere all’esistenza stessa dell’atto e, quanto alla procura speciale, all’ufficiosa indispensabile verifica dell’instaurazione di un valido e rituale rapporto processuale…”, sostenendo di fatto che la questione è incontrovertibilmente aperta.

Ad opinione dello scrivente la questione è tutta qui – indipendentemente dalla conclusione cui la Corte sembra giungere in ordine alla tipologia di firma da apporre agli allegati informatici che risulta probabilmente errata sotto il profilo tecnico per quanto sopra detto – appare necessaria la formazione di un indirizzo consolidato prima in ordine all’esistenza di un atto in forma di documento informatico che non rispetti le norme per esso dettato e, successivamente, sull’idoneità di tale oggetto informatico a definirsi “atto” o “documento” e dunque idoneo a raggiungere lo scopo che con la sua redazione e magari notificazione ci si è prefissato.

Un documento informatico redatto in un formato diverso da quelli ammessi o privo di sottoscrizione che non ne garantisca l’integrità, l’autenticità e la non ripudiabilità esiste? Può avere ingresso nel processo? Può essere valutato come idoneo a porre in essere le conseguenze giuridiche che il suo autore si prefiggeva? Può essere oggetto di verifica in ordine all’instaurazione di un valido e rituale rapporto processuale?

Secondo la Corte, che nell’ordinanza di rimessione al Primo Presidente, insiste più volte sul problema del valido conferimento della procura alle liti nel giudizio di Cassazione e sull’orientamento consolidato in ordine ad essa: “…parrebbe dirsi che con l’imposizione dell’elaborazione del file in documento informatico con estensione “p7m” il normatore tecnico abbia inteso offrire la massima garanzia possibile, allo stato, di conformità del documento, non creato ab origine in formato informatico ma articolato anche su di una parte o componente istituzionalmente non informatica, quale la procura a firma analogica su supporto tradizionale, al suo originale composito incorporando appunto i due documenti in modo inscindibile […], con assicurazione di genuinità ed autenticità di entrambi in quanto costituenti un unicum”.

Sotto un profilo tecnico informatico l’atto del processo in forma di documento elettronico è un originale informatico sottoscritto con firma digitale (CAdES o PAdES) mentre la procura alle liti è (quasi sempre) la copia informatica di un originale analogico ed a mente dell’articolo 13 Provv. Resp. SIA già citato, può essere firmato con qualsiasi tipo di firma elettronica qualificata o digitale.

I due atti devono necessariamente essere firmati separatamente in quanto NON costituiscono un unicum dal punto di vista fisico.

Lo strumento che li trasforma in un unicum inscindibile è la busta di trasporto costituita dalla p.e.c. all’interno della quale vengono notificati o depositati presso l’Ufficio Giudiziario in caso di deposito telematico.

Si parla sempre di buste in ambito di firme elettroniche e messaggi di p.e.c. ma una cosa è la busta crittografica relativa al procedimento di sottoscrizione digitale, altra cosa è la busta di trasporto della p.e.c. In caso di sottoscrizione digitale di (n) atti del processo e di (n) allegati costituiti da più file vi sono tante buste crittografiche quante sono le sottoscrizioni informatiche e gli oggetti in tal modo sottoscritti rimangono separati fino al loro inserimento nella busta di trasporto della p.e.c.

Sebbene separati, se sottoscritti con firma elettronica qualificata o digitale, ognuno degli atti del processo è un originale informatico sottoscritto ed ognuno degli allegati (se scansionato da un originale cartaceo) è una COPIA INFORMATICA PER IMMAGINE SOTTOSCRITTA quindi non ha alcun valore giuridico ad eccezione della procura alle liti che, secondo l’art. 83 c.p.c. “…Se la procura alle liti è stata conferita su supporto cartaceo, il difensore che si costituisce attraverso strumenti telematici ne trasmette la copia informatica autenticata con firma digitale…

con riferimento alla sua notificazione a mezzo p.e.c. L’art. 18, co. 5 D.M. 44 del 2911 precisa:

5. La procura alle liti si considera apposta in calce all’atto cui si riferisce quando e’ rilasciata su documento informatico separato allegato al messaggio di posta elettronica certificata mediante il quale l’atto e’ notificato. La disposizione di cui al periodo precedente si applica anche quando la procura alle liti e’ rilasciata su foglio separato del quale e’ estratta copia informatica, anche per immagine.

Parrebbe insomma che la procura alle liti segua un percorso parzialmente diverso rispetto a tutti gli altri documenti informatici allegati all’atto cui si riferisce ma, in ogni caso, nessuna disposizione sembra prevedere una tipologia particolare di firma elettronica per l’autenticazione della procura, come per la sottoscrizione di alcun documento informatico, è comunque sufficiente che si tratti di una firma digitale.

In questa sede sarebbe fuori luogo approfondire se la sottoscrizione digitale della procura valga come autentica della firma del cliente o come autentica della copia informatica della procura medesima come potrebbe evincersi dal dettato testuale dell’art. 83, in ogni caso la norma non specifica il formato di firma digitale richiesto.

La lettura delle ordinanze non chiarisce l’iter logico seguito dalla Corte per affermare la presunta differenza tra le firme CAdES e PAdES è comunque incontrovertibile che la frammentarietà e la sovrapposizione della normativa non aiuta l’interprete.

Ad avviso di chi scrive un documento nativo digitale costituente originale informatico che non rispetti il formato per esso previsto dalla normativa e risulti privo di sottoscrizione non può essere considerato semplicemente nullo per il semplice fatto che ad esso non è possibile attribuire nessuna caratteristica di autenticità, integrità e non ripudiabilità ed infatti il C.A.D. agli artt. 20 e 21 chiarisce nel dettaglio cosa sia un documento informatico, quano rispetti il requisito della forma scritta e quale sia la differenza tra un documento sottoscritto e non.

Riguardo ai documenti informatici allegati ottenuti attraverso copia per immagine di un originale cartaceo occorre una volta per tutte decidere qual’è il valore giuridico da attribuire alla loro eventuale sottoscrizione e se tra essi la procura costituisca un unicum, un’eccezione o cosa.

Stabilito ciò in qualsiasi caso la loro sottoscrizione con firma digitale, di qualunque tipo, deve necessariamente essere considerata idonea allo scopo che con la sottoscrizione informatica ci si prefigge, qualunque esso sia.

In attesa di un corpus normativo “processual-telematico” serio c’è bisogno di un orientamento giurisprudenziale consapevole e consolidato.

avv. Guglielmo Lomanno

Pubblicato il: 6 giugno 2017

Il D.Lgs. 82 del 2005 ha introdotto nel nostro ordinamento giuridico una serie di principi generali volti a favorire, incentivare ed incrementare l’utilizzo delle tecnologie della comunicazione nei rapporti tra amministrazioni, imprese, cittadini ed a garantire a questi ultimi l’accesso e l’attivazione dei procedimenti amministrativi mediante l’uso degli strumenti informatici e telematici.

Il principio di base introdotto è quello contenuto nell’art. 2, co. 1 del Codice dell’Amministrazione digitale ed in base al quale:

Lo Stato, le Regioni e le autonomie locali assicurano la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale e si organizzano ed agiscono a tale fine utilizzando con le modalità più appropriate e nel modo piu’ adeguato al soddisfacimento degli interessi degli utenti le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.”

il successivo co. 2 precisa che: “Le disposizioni del presente Codice si applicano alle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nel rispetto del riparto di competenza di cui all’articolo 117 della Costituzione…” infine il co. 6 conclude affermando che: “Le disposizioni del presente Codice si applicano altresì al processo civile, penale, amministrativo, contabile e tributario, in quanto compatibili e salvo che non sia diversamente disposto dalle disposizioni in materia di processo telematico.”

Il Codice dell’Amministrazione Digitale, che disciplina tra l’altro il documento elettronico, è stato pubblicato nel medesimo anno del D.P.R. 68 del 2005 istitutivo della Posta Elettronica Certificata, il sistema di trasmissione dei documenti informatici il quale rende di fatto possibile la realizzazione dei principi generali dettati dal C.A.D.

Passando al piano che ci interessa con la Legge 21.01.1994, n. 53 gli avvocati sono stati muniti della facoltà di notificare direttamente (senza l’ausilio degli ufficiali giudiziari) atti in materia civile, penale ed amministrativa e, a seguito di alcune modifiche subite dalla suddetta norma con l’introduzione dell’art. 3 bis, anche ad utilizzare quale strumento di notificazione la Posta Elettronica Certificata disciplinata dal sopraindicato D.P.R. 68/2005.

Successivamente, con l’introduzione della normativa sul cd. Processo Civile Telematico ad opera di svariate norme la principale delle quali è il D.L. 1749/2012, presso alcuni uffici giudiziari è stato reso operativo il sistema di trasmissione dei documenti informatici direttamente presso gli uffici; la normativa del Processo Civile Telematico non impatta necessariamente sui principi dettati dal CAD ed infatti le disposizioni di questo …si applicano anche ai processi civile, penale, amministrativo, contabile e tributario in quanto compatibili e salvo che non sia diversamente disposto dalle disposizioni in materia di processo telematico

La normativa sulla notificazione degli atti da parte degli avvocati non è contenuta né nel codice di procedura civile, né nelle norme sui processi telematici né, tantomeno, in norme in qualsiasi modo disciplinanti l’esercizio della giurisdizione ma in una legge dettata proprio per disciplinare l’attività di notificazione senza limitazioni riguardo al tipo di atti od al tipo di procedimenti da introdurre con l’attività stessa, senza altresì limitazioni relative alle tipologie di uffici giudiziari aditi o presso i quali introdurre il procedimento.

La legge 21 gennaio 1994, n. 53 disciplina la “Facoltà di notificazioni di atti civili, amministrativi e stragiudiziali per gli avvocati e procuratori legali” e lo fa attraverso la previsione di tipi differenti di notificazione, quella che in queste brevi note ci interessa è la tipologia disciplinata dall’art. 3 bis che prevede per le notificazioni lo strumento della Posta Elettronica Certificata; il citato articolo è una norma autoreferenziale, contiene tutti gli elementi necessari e sufficienti al perfezionamento della notificazione ed anzi gli articoli successivi si occupano espressamente delle ipotesi diverse di deposito delle prove dell’avvenuta notificazione a mezzo p.e.c. nei casi in cui l’ufficio giudiziario presso il quale il procedimento viene introdotto è in grado di ricevere il deposito di atti redatti nella forma di originali informatici sottoscritti digitalmente, ove in pratica è attivo il processo telematico e quelli in cui non lo è. La legge prevede entrambe le ipotesi e dunque potendosi depositare le prove dell’avvenuta notificazione a mezzo p.e.c. sia come documenti informatici che come documenti analogici è ovvio che la notificazione a mezzo p.e.c., – nel rispetto delle regole dettate dalla legge che la disciplina – è sempre ammessa.

Occorre precisare che quella di notificazione dell’atto introduttivo del giudizio non è un’attività endoprocessuale ma costituisce un iter procedimentale precedente all’instaurazione del giudizio e quindi la sua disciplina nulla ha a che vedere con i processi telematici in quanto li precede e ne prescinde.

Sappiamo ad es., che negli uffici presso i quali il processo telematico è attivo l’iscrizione a ruolo del procedimento ed il deposito dell’atto introduttivo del giudizio e delle prove dell’avvenuta attività di notificazione, possono avvenire indifferentemente (salvo eccezioni espressamente previste dalla normativa di riferimento) tramite fascicolo cartaceo depositato nei modi tradizionali o mediante la creazione ed il deposito di un fascicolo informatico inviato telematicamente: ciò a prescindere dalle modalità attraverso le quali si è esplicata la prodromica attività di notificazione dell’atto introduttivo del giudizio.

La legge 53 del 1994 non contiene alcuna espressa limitazione alla legittimità della notificazione a mezzo p.e.c né limitazione alcuna è in alcun modo contenuta in altre norme; sebbene molti ritengano che questa modalità di notificazione sia possibile solo per gli atti introduttivi dei giudizi pendenti innanzi ad uffici giudiziari presso i quali è attivo il processo telematico, questa posizione non nasce dall’intepretazione di alcuna norma vigente nel nostro ordinamento il quale, come sappiamo, ove esclude l’applicabilità di una norma generale ad una fattispecie concreta ed identificata, lo fa in maniera espressa.

La impossibilità di depositare telematicamente le prove dell’avvenuta notificazione a mezzo p.e.c. presso alcuni uffici giudiziari (ad es. quelli del Giudice di Pace) ha fatto ritenere ad alcuni interpreti che quella forma di notificazione non fosse utilizzabile per introdurre giudizi innanzi a questi uffici; l’erroneità di questa lettura è data dal contenuto medesimo della L. 53 del 1994 la quale all’art. 9, co 1 bis espressamente recita: “Qualora non si possa procedere al deposito con modalità telematiche dell’atto notificato a norma dell’articolo 3-bis, l’avvocato estrae copia su supporto analogico del messaggio di posta elettronica certificata, dei suoi allegati e della ricevuta di accettazione e di avvenuta consegna e ne attesta la conformità ai documenti informatici da cui sono tratte ai sensi dell’articolo 23, comma 1, del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82. “

Com’è di immediata evidenza, il fatto stesso che il legislatore abbia previsto e disciplinato l’ipotesi in cui non sia possibile depositare telematicamente l’atto notificato e le prove della notificazione, implica che nelle intenzioni dello stesso tale forma di notificazione dovesse intendersi valida e legittima per qualsiasi tipo di atto notificabile e per qualsiasi ufficio giudiziario destinatario dell’eventuale successivo deposito dell’atto introduttivo.

Pubblicato il: 29 maggio 2017

Modalità di notificazione dell’atto introduttivo e problematiche sull’iscrizione a ruolo

Com’è ampiamente noto nel Processo Civile Telematico non esiste l’obbligo ma solo la facoltà di iscrivere a ruolo telematicamente i procedimenti introdotti, con l’esplicita esclusione dei ricorsi per decreto ingiuntivo e delle procedure esecutive che devono obbligatoriamente essere iscritte a ruolo telematicamente; è invece obbligatorio per i difensori delle parti depositare telematicamente qualsiasi atto del processo successivo all’iscrizione a ruolo per colui il quale ha introdotto il giudizio oppure all’atto di costituzione per il convenuto, l’intervenuto e via dicendo.
E’ da tempo invalsa la prassi di iscrivere a ruolo telematicamente qualsiasi tipo di procedimento ed in qualunque modo sia stato notificato l’atto introduttivo del giudizio: tramite ufficiale giudiziario, a mezzo del servizio postale o direttamente ai sensi della L. 53 del 1994, od a mezzo posta elettronica certificata ai sensi dell’art 3 bis della medesima norma: Nessuno (o pochissimi) sembra essersi posto problemi in ordine alle modalità di iscrizione e ruolo od aver sollevato questioni sulle prassi utilizzate per questo adempimento in modalità telematica o tradizionale ed a prescindere dalla tipologia di notificazione dell’atto introduttivo notificato.
Qualora l’atto introduttivo sia stato notificato telematicamente come originale informatico sottoscritto digitalmente, colui il quale iscrive a ruolo scegliendo la modalità cartacea deposita nel fascicolo cartaceo la stampa dell’atto, delle ricevute di accettazione (RdA) e di avvenuta consegna (RdAC) attestandone la conformità agli originali informatici in suo possesso; al contrario qualora l’atto introduttivo sia stato redatto in forma cartacea sottoscritto con firma autografa e notificato in modalità tradizionale chi iscrive a ruolo telematicamente predispone una copia informatica per immagine dell’atto introduttivo, delle relate e delle eventuali cartoline postali, attestando la conformità della copia informatica di essi agli originali cartacei (analogici) in suo possesso.
Siamo sicuri che si possa procedere in questo modo?
Le copie degli atti così depositati possono avere una valenza probatoria in ordine alle attività su di essi compiute?
Esistono norme che legittimano tale modo di procedere?

Il codice di procedura civile all’art. 183 così recita: All’ udienza fissata per la prima comparizione delle parti e la trattazione il giudice istruttore verifica d’ufficio la regolarità del contraddittorio…” è una formulazione semplice e lineare ma cosa significa “verificare d’ufficio la regolarità del contraddittorio”? In pratica dovrebbe significare che nel fascicolo di ufficio il giudice deve trovare quegli atti e quei documenti che univocamente ed inequivocabilmente siano in grado di provare la regolarità formale e sostanziale degli atti e delle attività compiute nella fase introduttiva del giudizio, in buona sostanza anche in assenza delle parti, il giudice deve essere in grado di valutare se gli atti sono formalmente corretti e le attività di notificazione siano state validamente compiute. Ma può davvero farlo?
Quando il fascicolo processuale era tenuto in forma cartacea e vigeva l’obbligo di depositare l’originale dell’atto introduttivo del giudizio unitamente a tutti i documenti derivanti dal procedimento di notificazione, indubbiamente SI, ma oggi?
La risposta è semplice quanto disarmante: se nel fascicolo informatico o cartaceo che sia non viene depositato l’originale cartaceo od il duplicato informatico dell’atto introduttivo del giudizio e di tutti gli atti del procedimento di notificazione, sicuramente NO.
Qui non stiamo disquisendo della possibilità del giudice di formare il proprio libero convincimento in base alle allegazioni documentali ma della possibilità materiale e pratica da parte del magistrato di verificare d’ufficio la regolarità del contraddittorio nel caso di scuola in cui una o più parti non siano presenti all’udienza fissata o non si siano costituti, perchè in caso contrario nulla quaestio.

Esaminiamo le varie possibilità in ragione della tipologia di atto introduttivo e della modalità di notificazione dello stesso:
1) Atto di citazione cartaceo, con sottoscrizione autografa, notificato a mezzo ufficiale giudiziario o con una delle modalità previste dalla L. 53/1994 (ma non a mezzo p.e.c).
a) Iscrizione a ruolo tradizionale con fascicolo cartaceo
b) Iscrizione a ruolo telematica con fascicolo informatico

2) Atto di citazione documento informatico, con sottoscrizione digitale, notificato a mezzo della posta elettronica certificata ai sensi dell’art. 3 bis della L.53/1994
a) Iscrizione a ruolo telematica con fascicolo informatico
b) Iscrizione a ruolo tradizionale con fascicolo cartaceo
Le opzioni di cui alla lettera a) per entrambi i casi – nn. 1) e 2) – non creano alcun tipo di problema perché nel fascicolo processuale (cartaceo nel primo caso, informatico nel secondo)  confluiscono rispettivamente un originale cartaceo (analogico) ed un duplicato informatico (che è identico all’originale), ossia oggetti che sono intrinsecamente in grado di provare il loro contenuto informativo perchè possono essere verificati tramite ispezione dal giudice (nel caso dell’originale cartaceo) o  tramite l’utilizzo di apposito software sempre dal giudice (nel caso del duplicato informatico); del resto è questa la peculiarità del mezzo di prova: il suo contenuto informativo è suscettibile di verifica diretta qualora si disponga dell’oggetto della sua consistenza originale.

Proprio questo costituisce il limite delle opzioni di cui alla lettera b) infatti nel fascicolo informatico, in entrambe le ipotesi, non confluiscono gli originali degli atti ma le copie (rispettivamente informatiche per immagine o analogiche) di oggetti con struttura fisica totalmente diversa da quella dell’originale dal quale sono stati tratti e dunque non idonei a costituire prova del loro contenuto informativo per impossibilità di effettuare su di essi una verifica diretta.

Si è cercato di ovviare a tale problema estendendo a questa attività la facoltà (o il potere) in capo all’avvocato di attestare la conformità delle copie depositate agli originali in suo possesso ma la soluzione – seppure legittimamente adottata senza particolari problemi pressocché da chiunque – in realtà non risolve né potrebbe per una serie di ragioni:
primo: non esiste una norma che autorizzi l’avvocato ad attestare la conformità della copia analogica dell’originale informatico né delle RdA e RdAC delle notificazioni a mezzo p.e.c. salvo il caso in cui presso l’ufficio giudiziario non sia possibile depositare telematicamente detti atti. (art. 9, co. 1 bis), quindi in tutti quei casi nei quali sia possibile effettuare il suddetto deposito esso DEVE necessariamente avvenire;
secondo: non esiste una norma che autorizzi l’avvocato ad attestare la conformità delle copie informatiche agli originali analogici dell’atto introduttivo del giudizio e degli atti comprovanti le attività di notificazione (relate, cartoline, ecc.), è previsto l’obbligo di tale attestazione nel caso di iscrizione a ruolo delle procedure esecutive ma in tale caso a parte l’espressa previsione normativa che non può essere estesa analogicamente, gli atti introduttivi del procedimento non sono di competenza dell’avvocato ma dell’ufficiale giudiziario e la cosa non è di poco conto;
terzo: in presenza di un’attestazione di conformità validamente compiuta il giudice NON PUO’ contestarne il contenuto in quanto la querela di falso non può essere proposta d’ufficio ma il giudice deve invece d’ufficio verificare la regolarità del contraddittorio cosa che non è in grado di fare in mancanza degli originali in quanto le copie, sebbene munite di attestazione di conformità non suscettibile di contestazione, sono inidonee e consentirgli tale verifica;

Possono sembrare questioni di lana caprina ma sono il sintomo della confusione terminologica e pratica sulla consistenza degli atti processuali i quali devono pervenire al giudice, non per disposto normativo ma per svolgere la loro funzione sostanziale e processuale nella loro consistenza originale che li rende effettivamente idonei a far prova del loro contenuto e verificabili.

In conclusione qualsiasi sia la modalità di iscrizione a ruolo da voi scelta portate in udienza l’originale analogico dell’atto introduttivo del giudizio se notificato in modalità tradizionale cartacea per esibirlo al giudice se avete iscritto a ruolo in modalità telematica e depositate telematicamente il documento informatico, la relazione di notificazione, le RdA e le RdAC delle notificazioni a mezzo p.e.c. nel fascicolo informatico anche se avete iscritto il procedimento utilizzando il fascicolo cartaceo.

…continua…

Pubblicato il: 23 maggio 2017

Iniziamo la disamina delle criticità riscontrate nel corso degli anni sul processo civile telematico e su quello amministrativo il quale, seppure attivato da soli quattro mesi, ha già mostrato i limiti di una normativa tecnica redatta in modo approssimativo e senza tener conto delle problematiche già manifestatesi per il PCT. Nell’esame dei vari aspetti ci atterremo ad un principio di tipo procedimentale, cominceremo dalla disamina della disciplina e delle applicazioni pratiche delle notificazioni a mezzo p.e.c., per passare alla fase delle iscrizioni a ruolo, dei depositi e di tutte le attività connesse all’estrazione delle copie dai fascicoli informatici senza tralasciare alcune considerazioni in tema di formato degli atti e dei documenti digitali. Ci soffermeremo infine sulle questioni connesse alle attestazioni di conformità e sulle differenti soluzioni adottate in questo ambito per il processo amministrativo telematico rispetto a quanto previsto per quello civile.

Le notificazioni a mezzo posta elettronica certificata. – Detta modalità di notificazione è disciplinata dal codice di procedura civile all’art. 149-bis qualora eseguita dall’Ufficiale Giudiziario ma la suddetta normativa è totalmente disapplicata in ragione del fatto che gli uffici notificazioni ed esecuzioni non sono al momento dotati degli strumenti informatici e telematici per rendere effettivo il disposto del suddetto articolo, trova invece piena applicazione la notificazione a mezzo p.e.c. effettuata direttamente dagli avvocati ai sensi dell’art 3 – bis della Legge 21 gennaio 1994, n. 53. Lo strumento della posta elettronica certificata nell’ambito della disciplina delle notificazioni e comunicazioni processuali non è stato trattato nello stesso modo dal legislatore, in parte per le diverse conseguenze che sul piano della tutela dei diritti può avere una mancata comunicazione di cancelleria alle parti costituite piuttosto che una mancata notificazione dell’atto introduttivo di un giudizio o di qualsivoglia notificazione tra le parti o tra soggetti privati, in  parte per un pregiudizio di fondo nei confronti del soggetto privato o del professionista che deve sempre e comunque essere “accompagnato” e “protetto” da presunti abusi perpetrati da altri soggetti privati.
Com’è ormai ampiamente noto nell’ambito del processo civile è stato introdotto il c.d. “domicilio digitale processuale” che è costituito dall’indirizzo di posta elettronica certificata del difensore presente nei pubblici elenchi tenuti dal Ministero della Giustizia (Re.G.Ind.E.) e sul quale il difensore stesso è tenuto a ricevere (come unica forma possibile all’interno del processo civile) tutte le comunicazioni di cancelleria relative ad un procedimento in corso. La prima “particolarità” che salta all’occhio relativamente a questa tipologia di comunicazione è la conseguenza prevista nel caso di mancata consegna del biglietto di cancelleria  per causa  imputabile al suo titolare (non ci soffermeremo su questo aspetto in quanto, di fatto, quasi tutte le cause di mancata consegna sono imputabili al titolare della casella di p.e.c., con pochissime e trascurabili eccezioni); qualora ciò avvenga la comunicazione si intende perfezionata nel momento, anteriore all’invio del biglietto di cancelleria, nel quale l’evento o il documento da comunicarsi è stato registrato sul sistema dei registri di cancelleria. Questa soluzione, effettivamente rispondente ad esigenze di natura pratica, equivale a dire che la comunicazione dell’evento qualora non sia andata a buon fine, si perfeziona sempre, comunque e senza eccezioni, al momento in cui l’evento medesimo si verifica.

Di diverso avviso appare il legislatore quando la posta elettronica certificata viene utilizzata ai fini di notificazione e quindi ai sensi dell’art. 3-bis della Legge n. 53 del 1994 stante la completa disapplicazione dell’art. 149-bis c.p.c..  Il nostro ordinamento pone a carico di determinati soggetti l’obbligo di munirsi di una casella di posta elettronica certificata e di iscriverla nei pubblici elenchi previsti dalle normative vigenti, detto obbligo è posto a carico di svariate categorie di professionisti (avvocati in primis) ma anche imprese iscritte nel Registro delle Imprese ed infine a carico delle pubbliche amministrazioni, ora è palese che questo obbligo non possa portare a conseguenze diverse a seconda della natura del soggetto che svolge un’attività prevista dalla normativa utilizzando uno strumento ugualmente previsto e disciplinato come obbligatorio.
Una delle riforme normative che ci si aspetterebbe per aumentare l’efficacia e l’utilizzo della telematica che tra l’altro ha portato a notevolissimi risparmi per il Ministero della Giustizia quando ha introdotto l’obbligo delle comunicazioni di cancelleria/segreteria a mezzo p.e.c. è la COMPLETA E TOTALE EQUIPARAZIONE DEGLI EFFETTI DELLA MANCATA NOTIFICAZIONE A MEZZO P.E.C. per cause imputabili al titolare della casella ricevente a quelli previsti per le COMUNICAZIONI DI CANCELLERIA.  Sarebbe finalmente auspicabile l’introduzione di una norma che preveda il perfezionamento della notificazione effettuata dai difensori delle parti a mezzo posta elettronica certificata nel caso di mancata consegna per cause imputabili al destinatario; del resto tale conclusione è perfettamente logica e coerente con il sistema per tutti quei soggetti che la legge obbliga a dotarsi di un indirizzo di posta elettronica. Ed infatti detti soggetti sono tenuti ad inserire il loro indirizzo in un pubblico elenco che è tale nel senso che il suo contenuto fa pubblica fede (e non nel senso che è pubblicamente consultabile da tutti, tant’è che né il Re.G.Ind.E né il Registro delle PP.AA. lo sono); stando così le cose non esiste nessuna ragione logica né giuridica per la quale le conseguenze negative del mancato rispetto di un obbligo giuridico non debbano ricadere sul soggetto che a tale obbligo non abbia adempiuto o smetta di adempiere ad es. non gestendo correttamente la propria casella p.e.c. così da renderla inidonea a ricevere comunicazioni.

…continua…

Pubblicato il: 20 maggio 2017

I processi cd. telematici (civile, amministrativo, tributario) sono, bene o male, partiti ed operativi ormai in quasi tutti i settori della giurisdizione. Hanno portato grandi vantaggi secondo alcuni e molteplici disagi a parere di altri, sono stati pensati, progettati, normati e resi operativi senza una visione unitaria ma per rispondere alle esigenze della singola procedura spesso ignorando la normativa primaria di riferimento che disciplina il documento informatico piuttosto che la notificazione a mezzo p.e.c.; soprattutto è questo è forse il limite maggiore, si è pensato ai processi telematici esclusivamente come modalità sostitutiva di accesso alle cancellerie od alle segreterie degli uffici giudiziari nonché di deposito e prelievo di atti e documenti e non in una reale ottica di innovazione la quale riconosca innanzitutto che il concetto tradizionale di documento come atto scritto su supporto cartaceo e sottoscritto con firma autografa è irrimediabilmente e definitivamente superato.
In questi anni abbiamo letto regole e specifiche tecniche che prevedevano tutto ed il contrario di tutto a seconda dell’autorità innanzi alla quale il procedimento era introdotto, abbiamo visto regole assolutamente generiche e vaghe come articoli che arrivano a prevedere quale tipo di formato di firma digitale è considerato utilizzabile nel processo amministrativo piuttosto che in quello civile o tributario.  Abbiamo sentito e letto qualsiasi cosa sui formati documentali, sul loro valore probatorio, sulla necessità o meno di apporre su di essi un’attestazione di conformità, sulla validità e sulle modalità dei depositi telematici, sui limiti al peso dei singoli atti e documenti; sono state emesse sentenze sulla validità della notificazione a mezzo posta elettronica certificata che la ammettevano o meno a seconda che l’atto da notificarsi fosse civile o amministrativo od addirittura a seconda che il relativo giudizio dovesse essere introdotto davanti ad un ufficio giudiziario nel quale era operativo o meno il processo telematico.
Ci siamo sbizzarriti nelle forme e nelle spiegazioni più astruse sulla necessità delle copie cartacee di cortesia o di obbligo, sul loro numero, sul loro valore giuridico e sulla possibilità di portare avanti il procedimento in loro assenza totale o parziale, sull’obbligo o meno di munirle di attestazione di conformità e chi più ne ha più ne metta…in una sola frase e nella migliore tradizione abbiamo cercato (e trovato benissimo) il modo per rendere i processi telematici complicati, astrusi, incomprensibili.
Forse è giunto il momento di cambiare prospettiva e di renderci conto che qualsiasi cambiamento deve essere accompagnato e gestito su più livelli: normativo, tecnico, procedurale, applicativo, formativo e vari altri; proveremo ad analizzarli uno alla volta senza pretesa di completezza ma con la profonda convinzione che l’attività giurisdizionale gestita con strumenti informatici e telematici non potrà mai più essere quella che il legislatore dei codici di procedura aveva disciplinato.

…continua…

Pubblicato il: 21 ottobre 2016

Ritorniamo sull’argomento documento nel Processo Amministrativo Telematico perché riteniamo possa essere utile sottolineare le differenze operative rispetto al Processo Civile e stimolare il dibattito al fine di cercare soluzioni condivise.
La questione principale è quella relativa alla modalità di sottoscrizione digitale degli atti, della relazione di notificazione, nonché della procura alle liti.
Nel processo civile telematico essi possono essere sottoscritti indifferentemente con firma digitale in formato CADES (estensione .p7m) o PADES-BES (estensione .pdf); le regole del processo amministrativo prevedono invece che gli atti siano sottoscritti esclusivamente in formato PADES-BES (estensione .pdf).
Tutto questo è legittimo? E soprattutto a quale logica risponde?
Cominciamo dall’atto processuale introduttivo che, nel diritto amministrativo è tipicamente il ricorso, orbene i documenti informatici e la loro sottoscrizione sono disciplinate dal Codice dell’Amministrazione Digitale per il quale nel nostro ordinamento un documento informatico deve essere sottoscritto con firma elettronica qualificata o con firma digitale.
La norma che disciplina le notificazioni (di atti civili, amministrativi e stragiudiziali) a mezzo posta elettronica  qualificata è la Legge 21.01.1994, n. 53 la quale specifica (art. 3 bis, n. 5) che la relazione di notificazione deve essere sottoscritta con firma digitale.
La procura alle liti viene sottoscritta digitalmente sia nel processo civile telematico che in quello amministrativo ma ai fini del deposito telematico, non per autentica della sottoscrizione su di essa apposta dal cliente, a questo occorre aggiungere che, l’eventuale obbligo di notificazione della procura alle liti  unitamente all’atto introduttivo è una questione controversa e che comunque incide, qualora le regole tecniche di un procedimento differiscano da un altro, non sulla disciplina interna del procedimento stesso ma sulla valenza giuridica di un atto redatto, sottoscritto e/o utilizzato in una fase precedente all’accesso telematico o meno all’ufficio giudiziario.
In conclusione, a parere di chi scrive, costituisce semplicemente un assurdo che le regole sulla sottoscrizione documentale del processo civile, di quello amministrativo e di quello contabile, siano diverse perché la validità giuridica di un atto non è determinata dal rispetto delle regole tecniche ma delle norme primarie di legge.

La domanda è legittima: cosa succede se un avvocato redige un ricorso amministrativo come documento informatico sottoscritto con firma digitale in formato CADES e lo notifica a mezzo p.e.c. sottoscrivendo nel medesimo formato anche la relazione di notificazione come previsto dall’art. 3 bis, co. 5 della Legge n. 53 del 1994 e non nel formato PADES-BES previsto per gli atti da depositarsi presso gli organi della Giustizia Amministrativa come previsto dalle regole tecniche e dalle istruzioni all’uopo rilasciate?

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