A cura di Guglielmo Lomanno

Pubblicato il: 30 marzo 2021

Il 31 marzo 2021 debutta il PCT in Cassazione con molte aspettative e pochissime certezze. Si tratta sicuramente di un cambiamento atteso da molto tempo e da tutti con infinite aspettative e molte domande per le quali si avranno risposte soltanto con il  tempo e la pratica, come del resto è già accaduto per i precedenti “processi telematici”.

L’impianto di base del sistema è mutuato dal PCT ordinario ed i depositi telematici degli avvocati avverranno previa predisposizione (con l’ausilio dei medesimi software già in uso) di una busta telematica da inviarsi a mezzo p.e.c. dall’indirizzo del professionista censito nel ReGIndE, ad essa seguirà da parte del sistema l’invio delle Ricevuta di Accettazione (RdA), Ricevuta di Avvenuta Consegna (RdAC), esito controlli automatici ed accettazione da parte del sistema dei registri della Corte di Cassazione.

Si è parlato insistentemente, per quanto riguarda il deposito dei ricorsi, di una pre-validazione del deposito da parte della Cancelleria della Corte ma non sono state fornite ulteriori specifiche, pertanto bisognerà attendere l’effettivo avvio dei depositi per avere contezza della novità. Ricordiamo infatti che nei giudizi di merito non è previsa alcuna attività preventiva all’iscrizione a ruolo del procedimento se non gli ordinari controlli sulla consistenza della busta telematica e sulla validità formale del deposito.

L’utilizzo del Processo Civile Telematico in Cassazione NON E’ PREVISTO COME OBBLIGATORIO quindi (con l’eccezione delle norme vigenti durante l’emergenza epidemiologica per COVID-19 e che cesseranno di avere efficacia, salvo proroghe il prossimo 30 aprile 2021) sarà possibile ma non obbligatorio introdurre il procedimento e depositare gli atti successivi in modalità telematica, ferma restando l’opzione di provvedere all’iscrizione a ruolo e al deposito collazionando il tradizionale fascicolo cartaceo. 

Particolare attenzione occorrerà prestare al regime delle notificazioni qualora effettuate a mezzo posta elettronica certificata ai sensi dell’art. 3 bis della L.53/1994 in quanto l’unica prova possibile di tale tipologia di notificazione è costituita dalle Ricevute di Accettazione e di Avvenuta Consegna rilasciate dai gestori di servizi p.e.c.   Per tale motivo,  il difensore che intenda utilizzare il PCT in Cassazione effettuando telematicamente il deposito degli atti, dovrà necessariamente allegare al deposito i file .eml o .msg comprovanti l’avvenuta notificazione (sia del ricorso/controricorso e qalora sia avvenuta del provvedimento impugnato ai fini del calcolo dei termini per l’impugnazione) ma anche il difensore CHE INTENDA OPTARE PER IL DEPOSITO IN FORMA CARTACEA dovrà necessariamente depositare in modalità telematica le ricevute di cui sopra NON ESSENDO POSSIBILE ATTESTARE la conformità agli originali informatici delle copie analogiche di RdA e RdAC qualora  il deposito in modalità telematica sia consentito (com’è adesso anche per la Corte di Cassazione) presso l’ufficio giudiziario competente.

Gli schemi XSD ministeriali attraverso i quali vengono generate le buste di deposito prevedono una serie di differenze rispetto ai giudizi di merito, in parte dovute alla peculiarità del processo di legittimità ed in parte probabilmente legate alla abitudine ancora consolidata di considerare l’atto processuale come originale analogico (atto cartaceo) ed alla conseguente difficoltà di configurare il suo “trattamento” in ambito digitale.

Gli schemi ministeriali appositamente predisposti per la Suprema Corte prevedono per l’iscrizione a ruolo del ricorso e come previsto dall’art. 369 cpc a pena di improcedibilità l’obbligo per alcuni atti e la possibilità per altri del deposito unitamente al ricorso.

Ad esempio l’inserimento nella busta telematica della copia autentica del provvedimento impugnato richiede da schema ministeriale la sottoscrizione digitale del relativo file ma la norma di cui sopra dovrebbe intendersi implicitamente superata dalla possibilità offerta dall’attuale consistenza dei provvedimenti giurisdizionali che sono, già in numero considerevole, digitali (ossia redatti come originali informatici sottoscritti digitalmente) di depositare il duplicato informatico. A meno che non si voglia interpretare la norma in senso restrittivo non esistono impedimenti al  deposito del  provvedimento impugnato non in copia ma in duplicato avente la medesima sequenza di bit dell’originale; tale modalità implica l’intangibilità (pena l’impossibilità di verificarne la consistenza) del file sentenza e dunque la sua sottoscrizione da parte del difensore risulta tecnicamente impossibile.

Anche l’istanza di trasmissione del fascicolo d’ufficio da depositarsi presso la cancelleria della Corte viene trattata come se fosse un originale analogico (cosa niente affatto scontata perché anzi dovrebbe essere depositata telematicamente presso l’ufficio che ha emesso il provvedimento impugnato e dunque essere redatto come originale informatico sottoscritto digitalmente), per essa non è prevista alcuna sottoscrizione mentre – trattandosi indubitabilmente di un atto del processo – la sottoscrizione informatica dovrebbe essere obbligatoria così come obbligatoria dovrebbe essere l’attestazione di conformità della copia dell’istanza ex art. 369 qualora questa sia stata depositata in modalità analogica e venga dunque inserita nella busta telematica del deposito del ricorso per Cassazione come copia informatica di documento analogico.

Unitamente al ricorso possono essere depositate ulteriori istanze da rivolgersi alla Corte, quali quella per la sollecita fissazione di udienza, neppure riguardo a questa o a quella per la riunione dei ricorsi gli schemi ministeriali prevedono l’obbligatorietà della redazione come originale informatico o della sottoscrizione digitale.

Altra problematica potrebbe riguardare il decreto di concessione del gratuito patrocinio (oggi patrocinio a spese dello Stato) che negli schemi ministeriali viene qualificato come “Istanza” probabilmente per un refuso, le modalità di deposito dipendono ovviamente dalla sua consistenza originaria ma il qualificarlo come istanza potrebbe generare confusione sulla necessità o meno di sottoscriverlo digitalmente con la conseguenza che se in ipotesi il decreto fosse stato emesso come originale informatico un’ulteriore sottoscrizione potrebbe alterarne la consistenza.

E’ importante segnalare che il pagamento delle spese di giustizia dovrà avvenire OBBLIGATORIAMENTE in caso di iscrizione a ruolo telematica, tramite il Portale dei Servizi Telematici (o presso i fornitori di servizi di pagamento) che rilasceranno le ricevute telematiche (RT) da depositare all’atto dell’iscrizione del ricorso.

 

 

Pubblicato il: 3 febbraio 2021

 

La formula esecutiva in forma di documento informatico: rivoluzione copernicana o ripetizione di schemi superati?

 

         Come precedentemente illustrato in questo blog la L. 18.12.2020, n. 176, nel convertire il D.L. 28.10.2020, n. 137, ha inserito, nell’art. 23, contenente disposizioni per l’esercizio dell’attività giurisdizionale nel periodo dell’emergenza il comma 9 bis che apporta significative innovazioni al rilascio della “copia esecutiva”.

         La norma dispone testualmente: “ La copia esecutiva delle sentenze e degli altri provvedimenti dell’autorita’ giudiziaria di cui all’articolo 475 del codice di procedura civile puo’ essere rilasciata dal cancelliere in forma di documento informatico previa istanza, da depositare in modalita’ telematica, della parte a favore della quale fu pronunciato il provvedimento. La copia esecutiva di cui al primo periodo consiste in un documento informatico contenente la copia, anche per immagine, della sentenza o del provvedimento del giudice, in calce ai quali sono aggiunte l’intestazione e la formula di cui all’articolo 475, terzo comma, del codice di procedura civile e l’indicazione della parte a favore della quale la spedizione e’ fatta. Il documento informatico cosi’ formato e’ sottoscritto digitalmente dal cancelliere. La firma digitale del cancelliere tiene luogo, ai sensi dell’articolo 24, comma 2, del codice dell’amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, del sigillo previsto dall’articolo 153, primo comma, secondo periodo, delle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile e disposizioni transitorie, di cui al regio decreto 18 dicembre 1941, n. 1368. Il difensore o il dipendente di cui si avvale la pubblica amministrazione per stare in giudizio possono estrarre dal fascicolo informatico il duplicato e la copia analogica o informatica della copia esecutiva in forma di documento informatico. Le copie analogiche e informatiche, anche per immagine, della copia esecutiva in forma di documento informatico estratte dal fascicolo informatico e munite dell’attestazione di conformita’ a norma dell’articolo 16-undecies del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, equivalgono all’originale.”

         La disposizione normativa consente ora al cancelliere la possibilità (e non l’obbligo) di rilasciare la formula esecutiva anche in forma di documento informatico ed è prevista la seguente procedura:

  • 1) Presentazione di una istanza da depositare con modalità telematica della parte in cui favore è stato pronunciato il provvedimento;
  • 2) Predisposizione da parte del cancelliere della copia esecutiva, che può essere costituita da un documento informatico “contenente la copia, anche per immagine, della sentenza o del provvedimento del giudice, in calce ai quali sono aggiunte l’intestazione e la formula di cui all’articolo 475, terzo comma, del codice di procedura civile e l’indicazione della parte a favore della quale la spedizione e’ fatta”;
  • 3) Sottoscrizione digitale del documento informatico sopramenzionato da parte del cancelliere, che tiene luogo del sigillo (di cui all’art. 153 disp. Att. C.p.c.);
  • 4) Previsione della possibilità per il difensore o per il dipendente di cui si avvale la P.A. per stare in giudizio di estrarre dal fascicolo informatico il duplicato e la copia analogica o informatica della copia esecutiva rilasciata in forma di documento informatico;
  • 5) Previsione che, anche in questo caso, le copie analogiche o informatiche, anche per immagine, estratte dal fascicolo informatico e munite di attestazione di conformità ai sensi dell’art. 16 undecies L. 179/2021 e ss.mm. equivalgono all’originale.
    • Tale previsione normativa cerca di risolvere la difficoltà emersa nel periodo dell’emergenza conseguente alla diffusione dell’epidemia da COVID 19 di accesso materiale agli uffici di cancelleria ed al rilascio materiale dei provvedimenti muniti di formula esecutiva, che alcuni uffici avevano già di fatto affrontato predisponendo Protocolli condivisi tra uffici giudiziari e Consiglio dell’Ordine (come successo ad es. a Roma PROTOCOLLO-DI-INTESA-CdAppello e COA-ROMA).

La norma ha efficacia transitoria, in quanto ne è prevista l’applicazione sino alla scadenza del termine di cui all’art. 1 del D.L. 19/2020, conv. in L. 35/2020 e cioè, allo stato, sino al 30 aprile 2021 (salvo ulteriori proroghe).

* * * * *

         Con la introduzione dell’art. 23 comma 9 bis citato è, dunque, ora possibile richiedere ed ottenere in via telematica il rilascio della formula esecutiva.

         Innanzitutto, come non ci stancheremo mai di ripetere, la cd. “copia esecutiva” è un atto che può essere redatto esclusivamente in forma di “originale unico” contenente la copia del provvedimento da mettere in esecuzione e l’originale sottoscritto (appunto in unico esemplare) dal cancelliere del cd. “COMANDIAMO”.

         Moltissimi provvedimenti giurisdizionali sono oggi emessi in forma di documento informatico sottoscritto dal giudice (TUTTI i decreti ingiuntivi per obbligo normativo) e buona parte delle sentenze e degli altri provvedimenti suscettibili di esecuzione; quindi logica vorrebbe che la copia del provvedimento alla quale “aggiungere l’intestazione e la formula” fosse la copia informatica del provvedimento anche se ragioni di “omogeneità” con la formula esecutiva (che dovrebbe essere un originale informatico) consiglierebbero di utilizzare il duplicato informatico del provvedimento. Per semplicità fermiamoci alla copia informatica (ovviamente non per immagine in quanto non avrebbe senso alcuno stampare e scansionare un originale informatico per ricavarne una copia analogica da riconvertire in file).

         La norma prevede in effetti che la copia del provvedimento alla quale aggiungere la formula possa essere anche quella per immagine ma trattasi di norma di chiusura per tutti quei casi nei quali, per qualsiasi ragione, il provvedimento sia stato emesso in formato analogico od in tale formato debba essere notificato.

         Riguardo alle modalità di apposizione della formula esecutiva ed alla sottoscrizione del cancelliere l’art. 9 bis non lo precisa ma la logica sottesa al rilascio in formato digitale del nuovo tipo di atto vorrebbe che la formula fosse redatta come documento informatico nativo sottoscritto con firma digitale.

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         Al fine di dare una prima attuazione alla previsione normativa, il Presidente del Tribunale civile di Roma e la Dirigente della cancelleria hanno adottato proprie linee guida per il rilascio delle copie esecutive, indicando modalità di dettaglio per il rilascio, con incombenti previsti per cancellieri e difensori che suscitano più di una perplessità.

         Per comodità del lettore esaminiamo i punti principali delle Linee Guida del Tribunale di Roma per il rilascio della formula esecutiva ai sensi dell’art. 23, co. 9 bis D.L 137/2020, in corsivo viene riportato, preceduto dal relativo numero, il testo delle suddette.

 

Come si richiede il rilascio della formula esecutiva?

“1) Gli avvocati che intendono richiedere la concessione della formula esecutiva su ogni atto giudiziario scansionato e presente nel fascicolo telematico inseriscono l’istanza nel corrispondente fascicolo telematico di pct, indicando OBBLIGATORIAMENTE nell’istanza generica “RICHIESTA COPIE ESECUTIVE” o inviano la loro richiesta via pec avente come oggetto “RICHIESTA COPIE ESECUTIVE” a quelle sezioni già così organizzate”.

4) “Qualora non originariamente delegati (in caso di subentro di nuovo avvocato), al momento della suddetta richiesta va allegata in PCT o nella pec la procura alle liti”

         Abbiamo qui un primo problema di difformità rispetto al dettato normativo in quanto la modalità telematica cui fa riferimento l’art. 23 comma 9 bis citato è ovviamente l’utilizzo del sistema del pct a seguito del quale nei registri di cancelleria viene inserito in automatico l’evento “richiesta copie esecutive“.

         E’ stata, invece, prevista la possibilità di una richiesta inviata a mezzo pec direttamente alla cancelleria, che non viene direttamente convogliata nel fascicolo informatico, per cui l’evento dovrà essere inserito manualmente dal cancelliere.

         Non si può sottacere che non è dato sapere qual siano le sezioni “già così organizzate” con istanze via pec e – a fronte dell’introduzione di una apposita norma che richiama modalità telematiche – si auspica un sistema univoco a livello nazionale e non modalità diversificate per uffici giudiziari e addirittura per singole sezioni.

 

Qual è la procedura da seguire in caso di decreto ingiuntivo?

2) Nel caso di richiesta di esecutività di un decreto ingiuntivo non provvisoriamente esecutivo, l’avvocato allega su un unico pdf la scansione del ricorso, del decreto ingiuntivo, della relata di notifica e della prova di perfezionamento della stessa, corredata dall’attestazione di conformità sottoscritta dallo stesso:

         Questa modalità replica esattamente quella prevista per il rilascio della formula esecutiva in formato analogico quindi abbiamo la certezza che la formula, redatta come documento analogico, verrà scansionata unitamente a tutto quanto precedentemente inviato dal difensore e successivamente inserita nel fascicolo informatico come “copia informatica per immagine” successivamente sottoscritta dal cancelliere.

         Tralasciando il fatto che con tale modalità si vanifica completamente la digitalizzazione pressoché completa del procedimento monitorio (tenuto conto che molte notificazioni dei dd.ii. avvengono  a mezzo pec e realizzano forse l’unico procedimento digitalizzato in tutte le sue fasi), il problema principale di tale modalità di rilascio è che in concreto NON VERRA’ MAI prodotto l’originale unico della copia esecutiva con allegata formula e se per qualsiasi ragione nel corso dei futuri procedimenti dovesse essere necessaria la produzione o l’esibizione di tale atto (in qualunque formato prodotto) esso semplicemente non esisterà in quanto la cd. copia esecutiva non sarà né un originale analogico, né un documento informatico nativo digitale.

 

Qual è la procedura da seguire in caso di “procedure di rilascio”?

 3) Nel caso di procedure di rilascio, l’avvocato potrà estrarre l’originale della convalida (atto esecutivo telematico) dopo aver allegato la scansione dell’atto introduttivo originale, della relata di notifica (telematica, tramite ufficiale giudiziario o in proprio) della prova del perfezionamento della stessa, corredata dall’attestazione di conformità sottoscritta dallo stesso.

         Anche in questo caso le linee guida parlano di scansione di atti analogici, indipendentemente dalla consistenza originaria dell’atto sul quale apporre la formula esecutiva e della procedura seguita per procedere alla sua notificazione, parlano addirittura di scansione di prova della notifica telematicache secondo le regole nel processo civile telematico (art. 9 comma 1 ter L. 53/1994 e art. 19 ultimo comma del provvedimento del responsabile SIA del 16/4/2014) va effettuata con modalità telematiche mediante il deposito delle ricevute RAC e RDAC in formato .eml o .msg e la prova analogica, unitamente al potere di attestazione del difensore è limitato alle sole ipotesi di cui all’art. 9 comma 1 bis, ovverosia solo “ qualora non si possa procedere al deposito con modalità telematiche dell’atto notificato a norma dell’art. 3 bis”.

Le linee guida, invece, configurano una ipotesi extra ordinem di prova di una notifica telematica e di attestazione di conformità non prevista normativamente.

 

Quali sono gli adempimenti di cancelleria all’esito della richiesta?

 5) Il personale della cancelleria designato, verificate la regolarità dell’istanza e la completezza della documentazione a corredo, provvede a depositare nel fascicolo telematico l’originale del titolo richiesto con in calce la formula esecutiva, apponendovi la propria firma digitale e inviando comunicazione all’avvocato dell’avvenuto rilascio;

         Il termine “originale” qui utilizzato è foriero di confusione in quanto il “…titolo richiesto con in calce la formula esecutiva..”, per le considerazioni di cui sopra, non potrà mai essere un originale “informatico”, né tantomeno un “originale analogico” poiché al documento – presumibilmente formato per collazione di documenti cartacei – verrà apposta una firma digitale inidonea di per sé a trasfomare una copia in originale.

 

Quali sono gli adempimenti successivi da porre in essere da parte dell’avvocato?

 8) L’avvocato estrae le copie con formula esecutiva che provvede ad autenticare utilizzando la seguente formula:

  1. A) sull’esemplare che costituirà titolo ex art. 476 c.p.c.

…segue il testo dell’attestazione di conformità…

  1. B) sulle ulteriori copie…segue il testo dell’attestazione di conformità…

 

         Le Linee guida forniscono indicazioni specifiche sulla modalità di autenticazione – di pertinenza del difensore e dimenticano del tutto il dipendente di cui si può avvalere la P.A. per la difesa – prevedendo non solo l’attestazione di conformità richiesta dall’art. 23 comma 9 bis e disciplinata dall’art. 16 undecies D.L. 179/2021, ma anche una dichiarazione “sotto la propria responsabilità che la presente è la SOLA copia spedita in forma esecutiva che intende azionare ex art. 476, comma 1, c.p.c.”.

         La dichiarazione contemplata nelle linee guida (già indicata nel Protocollo concordato con il Consiglio dell’Ordine) non è prevista normativamente, né appare possibile imporla con linee Guida e solo la pratica consentirà di verificare quali possono essere le conseguenze del suo mancato inserimento.

Non può, infatti, incidere sulla validità e completezza dell’atto, per il quale è richiesta, in caso di copia, la sola attestazione di conformità.

         A questo riguardo sorge il problema principale di tutto l’impianto contenuto nelle linee guida e nei protocolli circolanti prima dell’entrata in vigore della norma la quale recita: 

“Il difensore o il dipendente di cui si avvale la pubblica amministrazione per stare in giudizio possono estrarre dal fascicolo informatico il duplicato e la copia analogica o informatica della copia esecutiva in forma di documento informatico.”

         La lettura della norma sembrerebbe implicare che la “copia esecutiva in forma di documento informatico”, estratta come “duplicato informatico” abbia il valore di originale e non necessiti dunque di alcuna attestazione di conformità.

Ma evidentemente non è così o almeno non parrebbe a leggere le linee guida che non sembrano prevedere alcun altro tipo di estrazione dal fascicolo informatico che non sia quella di una copia ed infatti si legge espressamente: “L’avvocato estrae le copie con formula esecutiva che provvede ad autenticare…”

Quindi la norma prevede che il titolo munito di formula possa essere redatto come originale informatico sottoscritto digitalmente del quale è sempre possibile estrarre un duplicato informatico (un file avente la medesima sequenza di bit dell’originale).

Dunque dovrebbe sempre essere possibile esibire all’ufficiale giudiziario detto duplicato perché a mente del Codice dell’Amministrazione Digitale un originale (e dunque il duplicato da esso tratto) redatto come documento informatico ha sempre e comunque pieno valore legale.

In tale ipotesi il difensore o il dipendente di cui si avvale la P.A. non avrebbe alcuna necessità di apporre qualsivoglia attestazione.

Anche a voler ammettere la necessità di tale appositizione, costituendo l’attestazione di conformità un atto di pubblico ufficiale e dunque disciplinabile solo dalla legge – non possono in ogni caso essere le linee guida del singolo ufficio ad imporne un modello sottoponendo tra l’altro il pubblico ufficiale estensore (sia esso il difensore od il dipendente della P.A.) all’onere di reperire il modello di autentica richiesto da ogni singolo ufficio.

 

Occorre pagare i diritti di cancelleria?

9) L’avvocato dovrà provvedere, contestualmente alla richiesta della formula esecutiva, al pagamento in via telematica dei diritti di cancelleria, ove dovuti, secondo gli importi di cui all’allegato 7 del T.U. 115/2002 per il rilascio di atti esistenti nell’archivio informatico, in base al numero di pagine di cui è composto l’atto.

La problematica dei diritti di cancelleria – in questo caso non si comprende appieno se siano quelli di copia o quelli di rilascio di copia conforme o di apposizione della formula esecutiva – non sono di semplice risoluzione.

A norma dell’art. 40, co 1 quater e 1 quinquies, del D.P.R. 115/2002, come modificato dall’art. 52 del D.L. 24.06.2014, n. 90, il diritto di copia senza certificazione di conformità non è dovuto quando la copia è estratta dal fascicolo informatico dai soggetti abilitati ad accedervi.

Dal momento che non appare dubbio che sia il difensore o il dipendente di cui si avvale la P.A. ad estrarre dal fascicolo informatico la copia esecutiva e ad autenticarla per gli usi previsti dalla norma, i diritti non dovrebbero essere corrisposti a meno che il loro pagamento non si riferisca alla copia del provvedimento che il cancelliere deve estrarre e collazionare al fine di apporvi la formula esecutiva.

Il quesito rimane per il momento senza soluzione ed interpretazione univoca.

 

…CONTINUA…

Pubblicato il: 28 dicembre 2020

LEGGE 18 dicembre 2020, n. 176.

Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 28 ottobre 2020, n. 137, recante ulteriori misure urgenti in materia di tutela della salute, sostegno ai lavoratori e alle imprese, giustizia e sicurezza, connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19.

(GU Serie Generale n.319 del 24-12-2020 – Suppl. Ordinario n. 43)

La suddetta legge di conversione ha inserito, nell’art. 23 del D.L. convertito, il seguente comma:

9-bis. La copia esecutiva delle sentenze e degli altri provvedimenti dell’autorita’ giudiziaria di cui all’articolo 475 del codice di procedura civile puo’ essere rilasciata dal cancelliere in forma di documento informatico previa istanza, da depositare in modalita’ telematica, della parte a favore della quale fu pronunciato il provvedimento. La copia esecutiva di cui al primo periodo consiste in un documento informatico contenente la copia, anche per immagine, della sentenza o del provvedimento del giudice, in calce ai quali sono aggiunte l’intestazione e la formula di cui all’articolo 475, terzo comma, del codice di procedura civile e l’indicazione della parte a favore della quale la spedizione e’ fatta. Il documento informatico cosi’ formato e’ sottoscritto digitalmente dal cancelliere. La firma digitale del cancelliere tiene luogo, ai sensi dell’articolo 24, comma 2, del codice dell’amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, del sigillo previsto dall’articolo 153, primo comma, secondo periodo, delle disposizioni per l’attuazione del codice di procedura civile e disposizioni transitorie, di cui al regio decreto 18 dicembre 1941, n. 1368. Il difensore o il dipendente di cui si avvale la pubblica amministrazione per stare in giudizio possono estrarre dal fascicolo informatico il duplicato e la copia analogica o informatica della copia esecutiva in forma di documento informatico. Le copie analogiche e informatiche, anche per immagine, della copia esecutiva in forma di documento informatico estratte dal fascicolo informatico e munite dell’attestazione di conformita’ a norma dell’articolo 16-undecies del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, equivalgono all’originale.

Con l’entrata in vigore del presente provvedimento vengono superati tutti i limiti in precedenza evidenziati da più parti e dunque non dovrebbero trovare più applicazione i protocolli operativi emanati da numerosi uffici giudiziari e consigli dell’ordine degli avvocati sulle prassi operative da seguire.

La novità importante da sottolineare è che la copia esecutiva collazionata digitalmente dal cancelliere, contenente la copia del provvedimento e l’originale informatico (?) della formula esecutiva costituisce un nuovo originale informatico del quale potrà essere estratto il duplicato e non solo le copie informatiche ed analogiche; pertanto questo nuovo atto, costituente a tutti gli effetti un originale informatico, seguirà le regole ordinarie del documento informatico e potrà essere utilizzato (nella sua forma di duplicato informatico) senza essere munito dell’attestazione di conformità.

Questa sarà invece necessaria in tutti i casi nei quali il difensore (o il dipendente di cui si avvale la pubblica amministrazione per stare in giudizio) dovrà utilizzare la copia informatica od analogica della copia esecutiva rilasciata “in forma di documento informatico”.

Ricordiamo che, anche prima della nuova disposizione normativa l’atto comunemente definito “copia esecutiva” è dal punto di vista formale e sostanziale un documento redatto come “orginale unico” esattamente come il provvedimento giurisdizionale sottoscritto dal giudice.  

Pubblicato il: 28 ottobre 2020

Fin dagli albori del processo civile telematico si è posto il problema del rilascio della copia del titolo esecutivo giudiziale da parte delle cancellerie in formato digitale, dunque la problematica è ampiamente conosciuta e discussa in tutte le sedi opportune.   Nonostante questo non si è ancora riusciti ad ottenere una disciplina uniforme sul rilascio del titolo esecutivo in formato digitale ed ogni ufficio procede di propria iniziativa.

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di fare chiarezza su alcuni punti:

  1. 1) non esiste una norma che vieti l’esperimento di più azioni esecutive sulla base del medesimo titolo, anzi il codice di procedura civile prevede espressamente, all’articolo 483 il cumulo dei mezzi di espropriazione.
  2. 2) l’art. 476 vieta al cancelliere la spedizione senza giustificato motivo di più di una copia esecutiva alla stessa parte.

Dal momento che un contrasto interno al codice di procedura civile e dunque all’interno della medesima disposizione non è ipotizzabile, appare chiaro che la ratio di tale divieto non è quella di impedire che sulla base del medesimo titolo vengano esperite più azioni esecutive; occorrerebbe dunque trovare una motivazione diversa alla disposizione dell’art. 476 cosa che, naturalmente esula dallo scopo di queste brevi note.  Occorre però aggiungere un’ulteriore considerazione: il divieto in capo al cancelliere di rilasciare più copie esecutive non può risolversi nell’impedire al creditore tramite il proprio legale l’esercizio di un diritto.

Da qualche tempo e specialmente adesso che l’emergenza epidemiologica ha limitato fortemente l’accesso agli uffici giudiziari, ci si è posti il problema di come ovviare alle ormai desuete ed inaccettabili prassi di richiesta, rilascio e consegna delle copie esecutive dei titoli giudiziali, di come praticamente consentire al cancelliere di rispettare la norma dell’articolo 476 c.p.c. e contemporaneamente consentire al difensore di acquisire in modo più agevole il titolo necessario ad intraprendere l’azione esecutiva.

Per sgomberare ulteriormente il campo da equivoci terminologici occorre precisare che la c.d. “copia esecutiva” di un titolo rilasciata su carta dal cancelliere è, nei fatti, un originale unico formato  unendo alla copia autentica del titolo (sentenza, decreto ingiuntivo, ecc.), l’originale della formula esecutiva (il c.d. “comandiamo”), ciò implica che il suo rilascio in forma analogica crea un originale unico naturalmente e fisicamente insuscettibile di duplicazione.

Ma come può essere rilasciata la copia esecutiva in formato digitale?

Qui si presentano varie opzioni fermo restando che l’unica modalità di formazione della formula esecutiva “digitale” da parte del cancelliere è attraverso la redazione di un originale informatico sottoscritto digitalmente; il passaggio ulteriore riguarda l’inserimento o comunque l’unione della formula al provvedimento giuridsdizionale, perché tecnicamente è possibile operare la connessione univoca dei due documenti sia sul duplicato informatico sottoscritto digitalmente dal magistrato, sia su una copia informatica o su una copia informatica per immagine dello stesso.

Nel primo caso il cancelliere non deve effettuare alcuna attività di attestazione della conformità per i noti motivi, negli altri due invece questa operazione diventa necessaria. Risulta pertanto ovvio che la soluzione più semplice è quella dell’unione di due documenti informatici nativi digitali (il duplicato informatico del titolo redatto e sottoscritto dal giudice) e l’originale informatico della formula (redatta e sottoscritta dal cancelliere).

Come detto la copia esecutiva di un titolo è un originale unico e dunque, una volta consegnata al difensore essa non è più presente negli archivi dell’ufficio giudiziario ed è proprio questa la caratteristica principale degli originali unici: possono fisicamente trovarsi in un solo luogo; orbene la soluzione più semplice ai problemi sopra evidenziati sembra essere quella di consentire al difensore di scaricare dal fascicolo informatico il titolo come duplicato informatico unito all’originale informatico della formula esecutiva che a quel punto non sarebbe più disponibile nel fascicolo esattamente come accade oggi in caso di rilascio della formula esecutiva analogica. Naturalmente nel registro degli eventi del procedimento risulterebbe sia il rilascio della formula esecutiva, sia l’acquisizione della stessa da parte del difensore. Quanto appena illustrato i registri di cancelleria informatizzati lo fanno già: una volta scaricata la formula esecutiva non è possibile ripetere l’operazione.

A seguito di una richiesta formulata dall’Ufficio NEP di Milano, il Ministero della Giustizia ha emanato una circolare  nella quale accoglie la possibilità del rilascio della formula esecutiva digitale onerando però l’avvocato della dichiarazione, sotto la propria responsabilità : “che quella presentata all’UNEP è la sola copia in forma esecutiva che intende azionare”, ciò al fine di ottemperare al disposto dell’art. 476 c.p.c. 

In pratica il ragionamento, esplicitato dal Ministero è il seguente: dal momento che risulta impossibile per l’Ufficiale giudiziario verificare in alcun modo che il titolo esecutivo formato telematicamente sia stato già azionato dal legale in altro ufficio NEP imponiamo agli avvocati di fare una dichiarazione il cui unico scopo sia quello di esonerare da responsabilità cancellieri ed ufficiali giudiziari, impedendo però di fatto al difensore di esercitare un legittimo diritto riconosciuto dalla norma.

Tutti siamo a conoscenza di come oggi viene effettuata la richiesta di esecuzione agli uffici NEP, forse che con il titolo esecutivo cartaceo oggi l’ufficiale giudiziario è in grado di verificare che il titolo esecutivo analogico sia già stato azionato presso altro UNEP? In caso di risposta affermativa identica procedura può essere effettuata con il titolo esecutivo digitale.

Siamo alle solite: occorre scaricare sull’ultimo anello della catena le responsabilità di eventuali problemi in un procedimento non ancora collaudato, non ci siamo proprio.

 CIRC MIN.GIUST.titolo esecutivo digitale

 

 

Pubblicato il: 5 maggio 2020

Il 30 aprile è stato convertito il D.L. 18/2020 e lo stesso giorno il successivo D.L. 28/2020 ne ha profondamente modificato il testo.
Potremmo discutere all’infinito sulla legittimità della prassi ormai consolidata di utilizzare la decretazione d’urgenza per introdurre le modifiche più disparate a norme già in partenza scritte male e modificate peggio ma oggi non è questo il tema. Oggi riparliamo dell’udienza da remoto e di come essa sia stata considerata fin dall’inizio della sua ipotetica utilizzazione come la causa di morte definitiva di ogni parvenza del diritto di difesa garantito dalla Costituzione e via dicendo.
Restringo il campo ancora, mi riferirò qui alle sole udienze civili e non all’ambito dei processi penali per i quali non ho competenza sufficiente e dunque non esprimo giudizi.
L’art. 83, comma 6 del D.L. 18/2020 precisa che “Per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenerne gli effetti negativi sullo svolgimento dell’attivita’ giudiziaria, (…) i capi degli uffici giudiziari, (…) adottano le misure organizzative, anche relative alla trattazione degli affari giudiziari, necessarie per consentire il rispetto delle indicazioni igienico sanitarie (…) al fine di evitare assembramenti all’interno dell’ufficio giudiziario e contatti ravvicinati tra le persone.”
Il successivo  comma 7 indica quale sono le misure organizzative adottabili e la lett. f) tra quelle possibile oggi prevede (domani chissà) che: “Lo svolgimento dell’udienza deve in ogni caso avvenire con la presenza del giudice nell’ufficio giudiziario e con modalita’ idonee a salvaguardare il contraddittorio e l’effettiva partecipazione delle parti.”
Fino a ieri si discuteva polemicamente sul perché il sistema del Processo Civile Telematico consentisse ai magistrati di lavorare in remoto da casa ed obbligasse i cancellieri a recarsi in ufficio per poter lavorare sui registri di cancelleria ed accettare gli atti, oggi il tema è la parete di sfondo sulla quale potrebbe comparire il magistrato durante lo svolgimento dell’udienza da remoto.
Se il fine delle misure organizzative è di evitare “contatti ravvicinati tra le persone” la modifica introdotta nel testo del comma 7 semplicemente NON HA ALCUN SENSO ma andiamo per ordine ed ipotizziamo quali possono essere le ragioni di una tale modifica:
1) La presenza nell’ufficio giudiziario serve a garantire una parvenza di sacralità al momento dell’udienza.
Non credo assolutamente al fatto che un’idea del genere possa essere venuta in mente a qualcuno ma nel caso ritengo che da tempo immemore l’udienza civile ordinaria abbia perso qualsiasi tipo di sacralità e la presente situazione non consente certo di sottilizzare sul luogo “fisico” dal quale si tiene un udienza in “remoto” la cui funzione non è certo quella di “rappresentare” un’aula di udienza.
2) La contemporanea presenza di magistrato e cancelliere presso l’ufficio giudiziario serve a rendere più agevole lo svolgimento dell’attività di udienza.
Anche questa ipotesi si basa sull’ assunto che il cancelliere assista il magistrato nello svolgimento dell’attività di udienza da remoto ad esempio gestendo il collegamento sulla piattaforma (Teams o Skype for business), oppure redigendo il verbale di udienza; di fatto non c’è sufficiente personale di cancelleria neppure per ipotizzare una soluzione del genere ed il magistrato che intenda tenere udienza da remoto dovrebbe organizzarsi autonomamente per gestire la piattaforma, redigere il verbale (magari con l’ausilio dei difensori) e provvedere al deposito tramite PCT.
3) L’utilizzo della rete interna agli uffici giudiziari garantisce una maggiore riservatezza e sicurezza delle trasmissioni.
Questa affermazione non è suscettibile di prova e dunque neppure di smentita occorre su tale punto pertanto sospendere il giudizio.
4) All’interno dell’ufficio giudiziario sono presenti tecnici informatici specializzati ai quali il magistrato potrebbe rivolgersi in caso di problemi di collegamento o funzionamento della piattaforma.
Riguardo a questo profilo vale quanto detto per il personale di cancelleria in quanto non è neppure ipotizzabile che i tecnici informatici presenti negli uffici giudiziari italiani siano in grado, soprattutto in ragione dell’esiguità del loro numero, di fornire assistenza ad horas durante lo svolgimento delle udienze.

Abbiamo formulato una serie di ipotesi e molte altre se ne potrebbero fare ma le polemiche di queste settimane, le pochissime udienze effettivamente svolte fino ad oggi in remoto, il profluvio di linee guida, protocolli, decreti, dichiarazioni e quanto altro portano ad una conclusione dal mio punto di vista sconfortante che bisogna però avere il coraggio di fare:

Le udienze in remoto non le vuole nessuno

La possibilità di tenere udienze mantenendo tutti i soggetti interessati presso la propria abitazione e senza costringerli a muoversi forse costituisce un’innovazione troppo sovversiva per trovare apprezzamento in un settore nel quale l’evoluzione tecnologica e la modernizzazione sono visti come il peggiore dei mali.

 

Pubblicato il: 1 aprile 2020

In questi giorni di sospensione forzata delle attività e dei contatti umani ordinari sembra che tutti abbiano scoperto quante cose che consideravamo possibili solo attraverso spostamenti e contatti diretti, possono tranquillamente essere compiute da remoto.

Interi settori del lavoro privato e della pubblica amministrazione, società di servizi e persino la tanto bistrattata scuola – settore nel quale la relazione fra professore-studente risulta fondamentale ed ineliminabile – hanno trovato il modo di organizzarsi e ci sono istituti di istruzione nei quali  neppure un giorno di lezione è stato perso.

In tutto questo il settore giustizia cosa fa? Ripristina lo scambio di memorie scritte! Evviva l’innovazione.

Si è fatto molto rumore intorno alla possibilità di svolgere le udienza da remoto attraverso piattaforme di videoconferenza, siamo stati travolti da ondate di proclami, direttive, indicazioni generali, linee-guida per lo più identiche perché copiate e riassemblate da uno stesso canovaccio comune ma nessuno o quasi che si sia preso la responsabilità di dire: “…ebbene si, fissiamo un’udienza in videoconferenza, svolgiamola e vediamo come va…“, una vera non una simulazione.

Niente e nessuno può ritenersi esente da mancanze, nemmeno la struttura tecnologica che consente ai magistrati di lavorare da casa ma non ai cancellieri: il magistrato può scrivere e depositare la sentenza dalla propria poltrona ed il cancelliere deve recarsi in ufficio per accettare gli atti; una cosa del genere non si può e non si deve sentire, è semplicemente impensabile, così come è inaccettabile che nei registri elettronici di cancelleria gli atti possano essere accettati in ordine diverso rispetto a quello cronologico nel quale sono stati depositati, ma questo è un altro discorso.

Proviamo a soffermarci sulle criticità vere o presunte, delle udienze in remoto o in videoconferenza, chiamatele come credete tanto sappiamo di cosa si parla.

Per prima cosa occorre sgombrare il campo rispetto all’orizzonte tecnologico, la DGSIA ha chiaramente indicato quali sono gli strumenti da utilizzare per le udienze in remoto – personalmente nutro miliardi di perplessità riguardo all’utilizzo massivo da parte delle pubbliche amministrazioni di supporti tecnologici proprietari – ma non importa gli strumenti ci sono, impariamo ad usarli e cominciamo.

Si sono sentite in questi giorni (ricordo a me stesso che il periodo iniziale di sospensione dell’attività ordinaria fino al 03 aprile è praticamente finito) innumerevoli obiezioni, provo a riassumerle nell’ordine di importanza (opinabile) che sento di attribuire loro e senza dare alcuna rilevanza alla categoria di appartenenza dei soggetti che le hanno formulate .

Obiezione n. 1: non tutte le udienze possono essere svolte in teleconferenza.
Esistono innumerevoli casistiche nelle quali la gestione della convocazione in udienza ed il suo svolgimento da remoto risultano eccessivamente onerose, caso esemplificativo le udienze di prima comparizione nelle quali il convenuto, che può costituirsi in sede di udienza, non riceverebbe mai la convocazione per la videoconferenza.
E’ altrettanto vero che moltissime udienze potrebbero utilmente e velocemente svolgersi in tale modalità, si tratta solo di decidere quali e procedere.
Ovviamente una particolare udienza, quella di precisazione delle conclusioni la quale a memoria di uomo è costituita da una formula di rito: “…si riporta…”, trova la sua naturale collocazione nello scambio di memorie scritte.

Obiezione n. 2: la decisione di svolgere le udienze in videoconferenza deve essere condivisa tra magistrati ed avvocati.
Cerchiamo di non nasconderci dietro le parole: siamo in una situazione nella quale sono stati di fatto sospesi una serie di diritti costituzionali, ad oggi non possiamo andare a fare una passeggiata al parco, non credo che questa obiezione colga nel segno; a mio sommesso avviso i capi degli Uffici giudiziari hanno il dovere di portare avanti le attività (comprese quelle di udienza) con tutti gli strumenti a loro disposizione, dall’altro lato non è assolutamente credibile che il difensore di una parte possa rifiutare una modalità di contatto e relazione che un bambino di 9 anni impara ad utilizzare in mezz’ora.

Obiezione n. 3: le udienze telematiche sono soggette a tutta una serie di limitazioni tecnologiche che vanno gestite da personale qualificato e non possono essere governate dal magistrato.
Per rispondere a tale obiezione è sufficiente rimandare all’art. 57 del codice di procedura civile, una delle norme più disapplicate della storia.
Alcune piattaforme di videoconferenza hanno avuto un incremento nel mese di marzo del 5.000% (cinquemilapercento), ovviamente in detta percentuale risultano assolutamente assenti: laureati in giurisprudenza, praticanti avvocati, avvocati, magistrati, cancellieri ed operatori di giustizia in genere.

Obiezione n. 4: nel corso di una videoconferenza possono succedere cose che voi umani non avete mai visto.
Possono accedere alla stanza virtuale del giudice soggetti non invitati né autorizzati, le udienze possono essere registrate indebitamente, le parti possono farsi sostituire da cloni, i soggetti partecipanti non possono vedere l’intera area da dove si svolge il collegamento da remoto.
Torniamo per un momento sulla terra: nel corso di una normale udienza civile i difensori delle parti svolgono le proprie considerazioni che il magistrato (solitamente) riporta a verbale insieme al proprio provvedimento, ne viene data lettura a fine udienza, successivamente detto  verbale viene depositato telematicamente.
Un’udienza civile è nell’80/90% dei casi semplicemente questo, viene svolta tra soggetti dotati di etica professionale e competenze giuridiche, di cosa dobbiamo avere paura?

Ce ne sarebbero mille altre di obiezioni ed altrettante possibili risposte.

Alla fine di questa disamina sorge un dubbio legittimo ed una domanda che vorrei porre a tutti gli interessati: ma non sarà che Vi piace farVi una passeggiata in Tribunale a sentir pronunciare od a farlo a seconda del lato della scrivania davanti alla quale vi trovate seduti, frasi del tipo: “…impugno e contesto, non accetto il contraddittorio sul punto, mi riservo, ecc….”?

Se la risposta è no avrei una modesta proposta di soluzione anche per questo: inseriamo tutte le formule di rito negli schemi xsd dei verbali di udienza!

Se invece Vi piace rassegnateVi potrete farlo tra qualche mese o forse tra un annetto, quando le vostre udienze saranno rifissate; personalmente preferirei svolgerle in videoconferenza il prima possibile e quando tutto questo sarà finito, recarmi presso gli uffici giudiziari solo nei casi indispensabili e tenere tutte le altre udienze in remoto da…ovunque mi piaccia!

Buona quarantena a tutti.

Pubblicato il: 16 maggio 2019

Nei giorni scorsi è circolata insistentemente la voce relativa alla presunta violazione di circa 150.000 indirizzi di posta elettronica certificata a seguito di una serie di accessi ai database di uno dei più importanti fornitori di servizi p.e.c. degli ordini professionali forensi, il dato reale sulle caselle potenzialmente coinvolte è di circa 27.500.
A seguito dell’attacco subito le società Infocert (certificatore accreditato e fornitore del servizio) e Visura (intermediario della commercializzazione) hanno, in accordo con il Garante della protezione dei dati personali, bloccato tutte le caselle ipoteticamente suscettibili di violazione per svolgere i controlli necessari a scongiurare qualsiasi violazione effettiva o presunta e, successivamente, ripristinato il servizio.

Cosa è realmente successo e quali sono i pericoli reali o ipotetici che hanno corso i titolari delle caselle di posta elettronica certificata ed i dati eventualmente in esse contenuti?

I server contenenti alcuni archivi di dati sono stati violati e di conseguenza molte informazioni sono divenute accessibili a soggetti non legittimati, ma quali dati contenevano questi file?
Al momento non è possibile rispondere alla domanda ma per restare ai profili qui di interesse pare siano state acquisite le informazioni relative alle “userid” ed alle “password” fornite in fase di prima attivazione del servizio di posta elettronica certificata a quegli avvocati che avevano aderito ai servizi offerti in convenzione a molti consigli degli ordini forensi.
Prendiamo per buona tale ipotesi e vediamo quale conseguenze pratiche potrebbero, o meglio, avrebbero potuto verificarsi visto che allo stato non risultano esiti conosciuti, tenendo presente che le norme e le buone prassi sulla sicurezza informatica prevedono che le password di accesso a qualsivoglia sistema informatico dovrebbero essere cambiate al primo accesso e periodicamente con frequenza perlomeno trimestrale.

1) Il titolare della casella pec in fase di prima attivazione ha immediatamente cambiato la propria password di accesso.
In questo caso la conoscenza della password rilasciata in fase di prima attivazione dal fornitore del servizio non consente in alcun modo a chicchessia di accedere alla casella del titolare e questo è al riparo da qualsivoglia violazione dei propri archivi.

2) Il titolare della casella pec ha comunque nel corso del periodo di utilizzo modificato la password originaria.
Come nel caso di cui al n. 1) nessun accesso non autorizzato alla casella è possibile.

3) Il titolare della casella pec non ha mai cambiato la password e continua ad utilizzare quella fornita in fase di attivazione.
Questa ipotesi non implica che la casella sia stata effettivamente violata e che dunque vi sia stato un accesso non autorizzato ai dati, la conoscenza della password da parte di soggetti non legittimati non implica né l’accesso alla casella né l’acquisizione dei dati, delle informazioni e dei documenti in essa contenuti.
In effetti, proprio per evitare l’accesso a soggetti diversi dal titolare della casella o da esso delegati, sono stati bloccati per alcuni giorni tutti gli indirizzi che ipoteticamente avrebbero potuto essere sottoposte ad accessi non autorizzati.
Successivamente, dopo un controllo svolto in modo sistematico su ampia scala sono state ripristinate dapprima le caselle per le quali le password erano state regolarmente modificate ed in seguito  tutte le altre previa comunicazione ai titolari delle modalità per effettuare l’accesso previo cambiamento della password; l’intermediario ha naturalmente potuto contattare direttamente solo gli utenti dei quali aveva a disposizione un indirizzo di posta elettronica ordinaria, a tutti gli altri è stata illustrata con avviso pubblicato sui siti del fornitore e dei consigli degli ordini, la procedura per la forzatura della password e lo sblocco della casella.

Allo stato possiamo dunque dire con buona approssimazione che quasi nessuna delle caselle pec ipoteticamente interessate ha subito accessi indebiti a seguito dei fatti sopradescritti, l’analisi dei file di log delle singole utenze effettuata dal fornitore del servizio non ha evidenziato un numero rilevante di accessi anomali ove anche si tenga conto che – nell’ipotesi in cui qualcuno abbia utilizzato la password ricavata dai file sottratti – al sistema informatico non può risultare alcuna anomalia essendo stati nome utente e password validi ed attivi fino alla loro sospensione da parte dell’amministratore di sistema.

Purtroppo tutto quanto sopra descritto non è stato privo di conseguenze pratiche poiché, proprio in ragione del blocco imposto da parte del Garante, le caselle non hanno funzionato per alcuni giorni con la conseguente impossibilità per i titolari tra l’altro di effettuare i depositi telematici e le notificazioni ai sensi dell’art. 3-bis L. 53/94 con ricadute di vario tipo anche sugli uffici giudiziari alcuni dei quali hanno espressamente autorizzato i depositi cartacei degli atti non inviabili telematicamente. La quasi totalità delle caselle ha ripreso in toto la propria funzionalità nella giornata del 13.05.2019.

Questi in sintesi i fatti che confermano come non sia affatto semplice la completa e puntuale protezione dei dati personali e come ancora molto ci sia da fare in materia di sicurezza informatica da parte delle grandi aziende fornitrici di servizi informatici, sia da parte di utenti in genere poco attenti, nonostante la professione svolta, ai profili della riservatezza dei propri archivi.
Molto ci sarebbe da dire in primo luogo su tutti quei servizi che utilizzano il sistema di autenticazione semplice basato su userid e password che come ampiamente noto viene spessissimo usato in modo molto superficiale e risulta dunque facilissimamente violabile, anche se per alcuno può sembrare assurdo che professionisti del diritto non abbiano mai modificato la password di accesso alla propria casella di posta elettronica certificata il fatto non è né raro né così assurdo. La cultura informatica di base è di livello bassissimo nella quasi totalità degli operatori del diritto e diventa mediocre se applicato all’ambito della sicurezza e delle relative misure se è vero che le password maggiormente utilizzate sono le date di nascita di mariti, mogli, figli, animali domestici, seguite da sequenze di caratteri digitate sulla tastiera del pc del tipo QWERTY o 123456.
Non è questa la sede ove affrontare le questioni sulla sicurezza dei propri dispositivi ma in tema di utilizzo di password sarebbe opportuno sapere, per esempio, che quanto più una password è lunga, tanto più è difficile violarla, che le semplici sequenze numeriche sono molto più deboli di sequenze che prevedano l’uso di varie tipologie di caratteri e che una password composta da otto caratteri non è affatto forte quanto si potrebbe pensare; in ogni caso oltre alla password dovrebbe essere sicuro il supporto fisico o digitale sul quale la/le stessa/a vengono memorizzate ma qui si aprirebbe un capitolo a parte.

Passiamo ora a considerare alcuni aspetti pratici dell’utilizzo della p.e.c. nella pratica legale, in teoria una volta che un deposito telematico si è perfezionato non è affatto necessario conservare sulla propria casella di posta tutte le pec relative e sarebbe opportuno scaricarle in locale (o in un servizio cloud veramente sicuro) in un archivio preferibilmente non connesso alla rete se non per il periodo necessario al trasferimento dei dati, identico discorso per le notificazioni a mezzo p.e.c. per le quali, una volta depositate presso gli uffici giudiziari le relative risultanze che provino la notificazione, non è necessario né opportuno conservare tutti i messaggi nella propria casella.

Per coloro i quali non siano riusciti a depositare gli atti al PCT nel periodo di blocco o malfunzionamento delle caselle p.e.c. e non abbiamo proceduto al deposito cartaceo ove autorizzato è sempre possibile chiedere la rimessione in termini utilizzando la comunicazione di malfunzionamento rilasciata dal gestore e dal fornitore del servizio.
Gli uffici giudiziari si sono mossi in varie direzioni e così, mentre il Presidente della Corte di Appello di Roma ha emesso un provvedimento di autorizzazione al deposito cartaceo per i giorni 8 e 9 maggio, nel distretto di Genova è stata disposta la sospensione delle comunicazioni e delle notificazioni a mezzo p.e.c.

Pubblicato il: 10 aprile 2019

La norma appena dichiarata incostituzionale con la Sentenza n. 75 del 19 marzo 2019 –  l’art. 16-septies del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179 (Ulteriori misure urgenti per la crescita del paese), convertito, con modificazioni, nella legge 17 dicembre 2012, n. 221, inserito dall’art. 45-bis, comma 2, lettera b), del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90 (Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari), convertito, con modificazioni, nella legge 11 agosto 2014, n. 114 – costituisce uno dei tanti esempi di legislazione frettolosa, imprecisa, fuori tempo e foriera di problematiche più diffuse dei problemi che nelle intenzioni del legislatore dovrebbe risolvere.
La questione è nota: l’art. 16-septies del 179/2012 richiama anche per le notificazioni  a mezzo posta elettronica certificata, il disposto dell’art. 147 c.p.c. secondo cui le notificazioni non possono farsi prima  delle 07.00 e dopo le 21.00, detta disciplina dettata per attività compiute tramite accesso fisico dell’ufficiale giudiziario nel domicilio del soggetto destinatario, appariva da subito priva di significato logico nel caso di un sistema completamente automatizzato l’utilizzo del quale  in alcun modo era in grado di comprimere il diritto al riposo posto a fondamento dell’art. 147 c.p.c.
In tale ottica e sulla base della logica avrebbe dovuto trovare applicazione il principio generale della scissione degli effetti della notificazione per il mittente e per il destinatario, ma il tenore letterale della norma sottoposto al vaglio della Corte Costituzionale ha fatto si che si sviluppasse una nutrita giurisprudenza di legittimità in base alla quale “…la notifica con modalità telematiche richiesta con il rilascio della ricevuta di accettazione dopo le ore 21 si perfeziona alle ore 7 del giorno successivo, «secondo la chiara disposizione normativa, intesa a tutelare il diritto di difesa del destinatario della notifica senza condizionare irragionevolmente quello del mittente» (così Corte di cassazione, sezione sesta civile, sottosezione terza,ordinanza 31 luglio 2018, n. 20198; nello stesso senso, ex multis, sezione sesta civile – sottosezione L, ordinanza 9 gennaio 2019, n. 393; sezione lavoro, sentenza 30 agosto 2018, n. 21445; sezione terza civile,sentenza 21 settembre 2017, n. 21915; sezione lavoro, sentenza 4 maggio 2016, n. 8886).
E’ di lampante evidenza come la mancata applicazione del principio della scissione pregiudichi il diritto di difesa del notificante impedendogli di fatto di beneficiare dell’intero arco delle 24 ore per effettuare un’attività che il sistema tecnico gli consente di svolgere per l’intero arco temporale del giorno di scadenza del termine, senza contare che l’ipotetico diritto al riposo “presuntivamente” violato dalla ricezione di una p.e.c., non sarebbe neppure effettivamente tutelato in quanto il sistema il messaggio lo riceve comunque sia che esso sia giuridicamente valido sia nel caso contrario.
Ciò è tanto vero che la stessa Corte Costituzionale ricorda come in tema di depositi telematici di atti processuali eseguiti a mezzo p.e.c. la normativa preveda che essi siano efficacemente possibili fino alle 23.59.59 del giorno di scadenza del termine; anche in questo caso la previgente normativa prevedeva la validità dei depositi fino alle ore 14.00 come se i registri di cancelleria automatizzati avessero lo stesso orario di apertura e chiusura delle cancellerie fisiche.
Al termine di un completo e puntuale esame di tutte le questioni connesse al quesito proposto la Corte ha così deciso:

L’art. 16-septies del d.l. n. 179 del 2012 va pertanto dichiarato costituzionalmente illegittimo nella partein cui prevede che la notifica eseguita con modalità telematiche la cui ricevuta di accettazione è generata dopo le ore 21 ed entro le ore 24 si perfeziona per il notificante alle ore 7 del giorno successivo, anziché al momento di generazione della predetta ricevuta.

Occorre riconoscere che ormai il nostro codice di procedura civile e tutte le norme procedurali emanate non sono più in grado di costituire un fondamento sicuro per tutte quelle attività processuali che in tempi passati venivano effettuate tramite spostamento da una parte all’altra del mondo fisico di un essere umano il quale aveva necessità, esigenze e modalità di azione che nulla avevano a che fare con la gestione automatizzata delle procedure caratteristica della società digitalizzata.

In breve: dopo le ore 21 la posta elettronica certificata non dorme.

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