Obbligo per le PP.AA. di comunicare il proprio indirizzo p.e.c. al Ministero della Giustizia – T.A.R. Catania sentenza 1426-2019

13.06.2019

Il procedimento nel quale è stata emessa la sentenza in esame riguardava un ricorso per l’accertamento dell ‘inottemperanza del Comune di Catania (CT) rispetto all’obbligo di comunicare al Ministero della Giustizia un valido indirizzo di posta elettronica certificata ove ricevere le comunicazioni e le notificazioni al fine di farlo inserire nell’apposito elenco di cui all’art. 16 comma 12 del D.L. 179/2012, nonché per l’accertamento della fondatezza dell’istanza presentata nei confronti del Comune, con la conseguente condanna per l’amministrazione inadempiente a provvedere entro un termine non superiore a giorni trenta, con contestuale nomina di un commissario ad acta in caso di perdurante inadempimento.

Con precedente sentenza parziale n. 39 del 2019 il medesimo T.A.R. aveva dichiarato inammissibile il ricorso, dal momento che «l’istanza dei ricorrenti non aveva ad  oggetto l’emissione di un provvedimento amministrativo che costituisse espressione di un pubblico potere, ma un comportamento dell’Amministrazione ossia la “comunicazione” della PEC al Ministero della Giustizia, sicché, a prescindere da qualsiasi ulteriore valutazione, nel caso, non può essere utilmente esperita l’azione sul silenzio della detta amministrazione ai sensi dell’art.31 c.p.a. Ne consegue l’inammissibilità del ricorso ex art.31 e 117 c.p.a., non venendo in questione un’omissione provvedimentale, in quanto non può qualificarsi quale “provvedimento” la pur dovuta comunicazione dell’indirizzo PEC al Ministero della Giustizia». 

Il giudice amministrativo aveva comunque – ritenendo sussistenti i presupposti di ammissibilità – disposto la conversione dell’azione ai sensi del d.lgs. n.198/2009 («azione per l’efficienza delle pubbliche amministrazioni, cd. class action»), atteso che sostanzialmente i ricorrenti hanno contestato la violazione dei termini da parte del Comune nella comunicazione dell’indirizzo pec al Ministero della Giustizia ai sensi della normativa vigente (cfr. T.A.R. Roma, sez. II quater, 6 settembre 2013, n. 8154); ciò anche ritenendo la coerenza del fine perseguito dai ricorrenti rispetto al vincolo teleologico impresso dal legislatore alla class action, configurata quale strumento di reazione alle inefficiente della p.a. “al fine di ripristinare il corretto svolgimento della funzione”. 

Con la presente pronuncia il tribunale ha condiviso le  argomentazioni addotte dal CGARS nella sentenza del 12 aprile 2018, n. 216: «7. Ai fini della decisione da adottare il Collegio ritiene che si debbano prendere le mosse dalla lettura degli articoli 24, 113 e 97 della Costituzione, nonché dell’art 6 della CEDU ove sono previsti i diritti inviolabili della difesa in giudizio nonché il principio di buon andamento ovvero il diritto dei cittadini a una buona amministrazione. Posta la previsione costituzionale dei ricordati diritti inviolabili, può dirsi che incombe su tutti gli operatori pubblici il dovere di comportarsi in maniera da renderne agevole l’esercizio e di rimuovere tutti gli ostacoli che, al contrario, lo rendono difficile. Ciò a maggior ragione deve avvenire quando il diritto di difesa viene esercitato nell’ambito di un rapporto, in cui una delle parti (nel caso considerato la pubblica amministrazione) gode di un regime privilegiato, che si manifesta oltre che per il fatto che i suoi atti diventano inoppugnabili quando nei loro confronti non si reagisca in un tempo prestabilito, talvolta breve». In quella stessa occasione, il CGARS ha osservato come «la condotta colpevole dalla pubblica amministrazione, che omette di comunicare il proprio indirizzo PEC al Ministero della giustizia, così rendendo più difficoltosa la notifica, se non determina, per la controparte, nullità insanabile della notifica e ne giustifica la rinnovazione, va tuttavia stigmatizzata, con la segnalazione della condotta agli organi tutori e agli organi preposti al PCT e al PAT». Per ragioni di completezza, come sottolineato dallo stesso C.G.A. nella citata sentenza, va aggiunto che una simile omissione sortisce inoltre «un effetto di fatto “escludente” di quell’amministrazione dal processo, perché potrà ricevere le comunicazioni e notificazioni successive alla notifica del ricorso introduttivo solo mediante deposito nella segreteria del giudice (sicché potrebbe non venirne mai a conoscenza) e perché non è consentito comunicare con il sistema della giustizia amministrativa, per ragioni di sicurezza, se non tramite indirizzi PEC contenuti nei registri tenuti dal Ministero della giustizia». 

Tanto premesso, il Collegio ha osservato come, alla data dell’introduzione del ricorso, il Comune versasse in oggettivo e persistente stato di inadempienza rispetto all’obbligo di comunicazione del predetto indirizzo PEC nelle tempistiche indicate dalla normativa vigente. Trattandosi di mera «violazione di termini» ai sensi dell’art. 1 del d.lgs. 198/2009 e non occorrendo ulteriori indagini da parte di questo Collegio, considerata l’assenza di margini di discrezionalità in capo alla P.A. intimata, è possibile dichiarare la fondatezza della pretesa di parte ricorrente, per come dedotta sia nella diffida che nel ricorso.

 

 

 



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